domenica 25 Luglio 2021
domenica, Luglio 25, 2021
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“SIAMO TUTTI MATTI!”

Quante persone vengono definite matte e non lo sono?
Ho perso ormai il conto di coloro che si sentono psichiatri o psicologi pronti a bollare chiunque la pensi diversamente, come un pazzo.

Come sempre, un caso concreto può servire come spunto di riflessione per tutti noi.
Precisando che il mio lavoro di addetta stampa, è un lavoro circolare che mi porta ad essere sempre impegnata a contattare quasi tutti per avere informazioni anche su settori nuovi, parlando con persone anche senza ruoli importanti ma utili per le mie ricerche universitarie ed interviste. Dunque mi capita quotidianamente di contattare Aziende o Istituzioni ancor prima di arrivare ad intervistare qualcuno, vivo quindi di contatti e notizie continue.
E, proprio chiedendo informazioni professionali utili per il mio lavoro, conosco un tale che, illustrandomi determinati settori nuovi per me e facendomi anche i nomi di alcuni addetti ai lavori, finisce poi con il definire un nostro amico comune come un matto.
Essendo io una persona curiosa, chiedo una spiegazione sulla presunta pazzia del nostro amico e mi viene detto subito dopo: “Più esattamente, è strano!”
Ancora insisto per sapere ma mi vengono raccontati fatti ed episodi che riguardano la vita lavorativa e in minima parte, privata del mio amico ma non emerge nessuna follia dal racconto, piuttosto mi sembra di ascoltare sul momento una persona che usa termini ed aggettivi con molta leggerezza.

Ma è già la seconda persona (ripescata tra i soliti contatti comuni) che descrive il mio amico come un soggetto strano.
Preciso qui al riguardo che “MATTO” significa malato di mente. Mentre, strano, è un aggettivo che andrebbe motivato raccontando comportamenti discutibili di quel qualcuno di cui si parla.
Invece vengo a sapere di sole questioni di lavoro, di ambizioni e di qualche problema di altra natura che già conoscevo.
Avere problemi personali o professionali o avere ambizioni rientra nella vita di quasi tutti, perché dunque attribuire a qualcuno lo status di matto o strano?
Mi sembra un atteggiamento piuttosto vile il descrivere in modo non positivo qualcuno a sua insaputa, etichettandolo.

Un mio professore di filosofia, alle superiori, quando qualche mia compagna di classe voleva parlare male di qualcuna assente, la bloccava subito e replicava sempre così: “Calma, aspettiamo che la compagna torni, così si può difendere e darci anche la sua versione, non si parla degli assenti, sarebbe troppo facile!”

Il pensiero mi riporta ancora indietro nel tempo quando, circa due anni fa, seduta in attesa di essere ricevuta dal Presidente dell’Ordine degli Avvocati per un’ intervista, ascoltai in anticamera due avvocati che si raccontavano, uno dei due, disse all’altro: “Ma l’Avv. Rossi (nome di fantasia) è matto!”
L’Avvocato che aveva ascoltato quella rivelazione, replicò: “Ah benone, volevo passargli delle pratiche ma ora che so che è matto, non gli passerò più nulla!”
Ecco, un avvocato si era giocato una parte di lavoro perché un collega gli dava del pazzo in sua assenza.

Tornando al mio amico, credo fortemente che non avesse in realtà alcuna follia in atto, semmai, fiducia negli altri che non sempre si rivelano degni di essere definiti “amici”.
Aggiungo anche che, dire qualcosa delle proprie ambizioni, può suscitare invidia tra colleghi e non solo, anche il solo accennare a fatti della propria vita privata, può scatenare una insana voglia di criticare colui che si confida a metà.
Non è molto  positiva la caratteristica del “dico non dico” quando si accenna qualcosa del proprio privato, perché anche un amico poi giudica, lo stesso vale per il lavoro.
Quindi, l’essere ritenuti matti o strani è talmente normale che lo si racconta poi con una leggerezza inaudita, come se si dicesse: “Il nostro amico porta spesso i pantaloni grigi!”
Ricordo al mio amico ingiustamente definito matto e strano un pensiero di Socrate: “Io non posso insegnare niente a nessuno. Io posso solo farli pensare!”

LO SCOPO DEI MIEI ARTICOLI È UNICAMENTE QUELLO DI FAR RIFLETTERE.

Infatti vale per tutti la necessità di pensare perché serve sempre mantenere molta discrezione sia sulle proprie vicende familiari sia circa le proprie aspirazioni professionali perché purtroppo la società, dai colleghi agli amici, non raccoglie le nostre lamentele o aspirazioni per aiutarci ma per criticarci, facciamocene una ragione e cerchiamo di arginare il fenomeno.
Aggiungo poi che, quando una verità non la dici del tutto, si rischia di lasciare l’interlocutore insoddisfatto al punto da bollare come matto e strano un soggetto che è soltanto un tantino chiuso caratterialmente.
Da non dimenticare il possibile danno all’immagine eventuale in alcuni casi, se un medico, avvocato, ingegnere o commercialista venissero definiti pazzi, quale cliente non si scoraggerebbe dal contattarli?
Eppure, ammetto di sentirmi io in imbarazzo talvolta quando scrivo articoli sui difetti o anomalie di amici (pur senza fare nomi) perché mi rendo conto di poter creare dispiacere in quel qualcuno che si riconosce, mentre scopro poi che qualcun altro dà direttamente delle diagnosi a discapito dell’amico di turno di cui si parla.
Perché succede tutto questo?
Perché la società tutta è superficiale, perché ci si confida talvolta con persone che sembrano disponibili.

RIBALTANDO ORA LA SITUAZIONE.

Bisognerebbe ogni tanto invece privilegiare proprio la follia, la creatività, l’ingegno, la voglia di rompere gli schemi mentali rigidi che rappresentano un non vivere.

“LE FOLLIE SONO LE UNICHE COSE CHE NON SI RIMPIANGONO!” O. Wilde

Ebbene, è buffo che talvolta proprio la follia venga attribuita, per il solo modo chiuso di porsi, ad una persona che, al contrario, sembra vivere in modo fin troppo castigato perché apparentemente rispettoso di certi schemi mentali piuttosto rigidi.
Ma, dare del matto ad una persona, come nel caso del mio amico che invece sembra reprimersi fino a quasi a non vivere completamente ciò che vorrebbe, mi sembra alquanto contraddittorio, fuori luogo ed ingiusto.

Semmai, oggi, io consiglierei al mio amico di farla davvero qualche follia, almeno riprenderebbe a vivere, a provare emozioni, veramente, in barba ai pregiudizi di cui sembra vivere.

Ma che qualcuno definisca il mio amico come un matto è davvero inaudito, come il definire “puttana” una donna assolutamente casta.

Come ricorda Crepet: “da vecchi, ci si ricorderà con estasi delle follie fatte e non delle grigie e monotone consuetudini prive di emozioni!”
Ma soprattutto, visto che non moriranno mai l’invidia, la perfidia ed il pettegolezzo, sarebbe bene (e vale per tutti) rivelare molto poco di noi se vogliamo evitare poi i giudizi, ben sapendo che qualcuno sarà sempre pronto a denigrarci.
Ed è bene tenere a mente che, più si terrà un atteggiamento pubblico rigido e composto cercando di sembrare il più possibile seri e più si verrà considerati da qualcuno come dei matti, sembra che, più ci si sforza di sembrare qualcosa e più, quel qualcosa, ci sfuggirà di mano.
Tanto vale vivere il più possibile liberamente, senza temere troppo i giudizi altrui e senza troppo nascondersi, tanto poi lo stesso qualcun altro ti giudicherà come un matto, e allora, meglio vivere il più possibile come più ci piace visto che non si vive due volte e ciò che non abbiamo vissuto non lo vivremo mai più.

Mentre, secondo i principi della Psicologia, bisognerebbe aiutare l’altro a raccontarsi, non attribuirgli delle patologie.
Se qualcuno ci appare chiuso di carattere o ermetico, molto probabilmente siamo noi non troppo abili nel farlo aprire, magari ci poniamo come indagatori o solo curiosi. Ascoltare e farsi raccontare il proprio vissuto è un’arte sottile, anche tra amici uomini, è esattamente come se uno dei due si spogliasse completamente.
Purtroppo però, nei rapporti umani, tra amici, tra colleghi e in tutti i tipi di relazioni, accade che uno dei due accenna qualcosa di sé ma poi si blocca, non sentendo il bisogno (apparente) di aprirsi con l’altro.
Ecco perché si finisce con l’essere poi definiti come dei pazzi o strani, perché l’essere umano non comprende le mezze verità e le cose accennate di cui uno non riesce o non vuole parlare.
Attenzione alle etichette che si danno agli altri, non  aiutano concretamente nessuno. Ma costruiscono delle vere e proprie prigioni all’interno delle quali si classificano delle persone.
Non diamo mai definizioni (soprattutto se offensive ed inappropriate) agli altri.

Ricordiamoci che tutti noi siamo un processo in costante fluire che, se sapientemente guidato, può diventare altro. Una persona che ci appare strana, magari facendola sapientemente parlare, ci apparirà poi normalissima. Con una persona chiusa, dobbiamo entrarci in empatia se vogliamo aiutarla veramente a non soffrire per qualcosa di cui non riesce a parlare.

MA PER FAVORE, EVITIAMO TUTTI DI DESCRIVERE QUALCUN ALTRO COME PAZZO.
PERSINO GLI PSICHIATRI STANNO BEN ATTENTI PRIMA DI ESPRIMERE UN SIMILE GIUDIZIO SUI LORO PAZIENTI!

urbanlungo
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