CANAVESE – Una folta delegazione di piccoli Comuni canavesani (composta dai rappresentanti di Lombardore, San Ponso, Pertusio, Salassa, Busano, Varisella, Traversella, Oglianico, Borgiallo, Vallo, Lusigliè, Colleretto Giacosa, Bollengo, Salerano, Burolo e Borgofranco) ha partecipato, sabato scorso, alla grande manifestazione che si è tenuta a Volterra.

Una manifestazione nel corso della quale oltre 110 sindaci di piccoli Comuni provenienti da canavese-sindaci-volterratutta Italia hanno fatto sentire la propria voce. Contro le disposizioni attuali, incentrate sulle unioni obbligatorie, e contro quelle future, che prevedono la fusione tra gli enti locali più piccoli, fino a far scendere il numero dei Comuni dagli 8mila attuali a 2.500. «Normative che non hanno senso – tuona il sindaco di Lombardore, Diego Maria Bili – I piccoli Comuni sono quelli che costituiscono la spina dorsale del nostro paese, quelli che hanno sempre i conti in regole. Queste normative, dettate da motivi economici più che politici, servono solo a drenare risorse per riuscire, in qualche modo, a colmare i buchi nei bilanci delle realtà più grandi. Le Unioni che ci sono state fino ad ora quali risultati hanno ottenuto? Nessun risparmio, ma molti disagi per i cittadini».

Tra le proposte emerse nel corso del fine settimana toscano, anche l’idea lanciata dal primo cittadino di Sirolo, nelle Marche: lasciare l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, per puntare tutto sull’Anpci, l’associazione dei piccoli Comuni. E, nella giornata dell’orgoglio dei Comuni, i sindaci presenti hanno sottoscritto un documento che sarà portato avanti nelle varie sedi istituzionali: «I piccoli Comuni rappresentano la grande maggioranza degli 8mila Comuni italiani. Piccoli rispetto al numero di abitanti delle realtà cittadine e metropolitane, ma spesso grandi nella loro estensione geografica, sia in riferimento alle risorse economiche, sociali e culturali che sono conservate nei loro confini – si legge sul manifesto – I nostri padri costituenti, con chiara in mente la lunga tradizione civica dei Comuni, inclusero tra i principi fondamentali a cui avrebbero dovuto ispirarsi le politiche della Repubblica, il riconoscimento del ruolo delle autonomie locali, attraverso l‘adeguamento dei principi e dei metodi della legislazione “alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Il Comune è l’elemento centrale di una solida tradizione civica italiana che dal Medioevo giunge fino alla Costituzione italiana. In Italia, più che altrove, i territorio locali fondano il loro profilo istituzionale sul Comune che rappresenta il livello primario della democrazia e della rappresentanza politica. Specialmente nei piccoli, il Municipio e il sindaco sono un punto di riferimento insostituibile per i cittadini e simbolicamente il gonfalone rappresenta un importante riferimento identitario in una società sempre più priva di punti di riferimento collettivi. In una fase storica come quella che stiamo vivendo, caratterizzata dal progressivo allontanamento dei cittadini dai luoghi decisionali, dall’irruzione dei poteri economico – finanziari nei processi di governo, dal diffondersi di sentimenti diffusi di antipolitica che alimentano i populismi, è necessario un rafforzamento del ruolo dei Comuni, cioè l’esatto opposto del loro smantellamento. Bisogna adoperarsi per il mantenimento di un presidio democratico dentro le comunità, per il rispetto e la valorizzazione delle identità locali e per il rilancio del ruolo dei Consigli comunali come luogo di partecipazione politica. Dobbiamo sostenere i piccoli Comuni nella loro attività di erogazione di quei servizi fondamentali ai cittadini che, per caratteristiche intrinseche, enti di più grandi dimensioni non riuscirebbero a fornire con altrettanta efficacia e puntualità. Un buon governo locale non riproducibile su dimensioni troppo vaste. Se i piccoli Comuni sono in difficoltà dobbiamo aiutarli a vivere, non a morire. Purtroppo, il modo in cui oggi molta parte della classe politica italiana affronta il tema delle fusioni dei Comuni, proponendone in alcuni casi l’obbligatorietà per legge, in altri promuovendo processi che ne sanciscono l’obbligatorietà di fatto, segna un insostenibile attacco alle autonomie locali e all’esistenza stessa dei piccoli Comuni. Un attacco condotto sulla base di un approccio contabile – amministrativo che, non solo non tiene conto di altre dimensioni, ma soprattutto non si fonda su alcuna evidenza oggettiva di dati economici e finanziari. I quali dati mostrano come, in realtà, l’impatto dei costi dei piccoli Comuni nella spesa pubblica finanziaria nazionale sia del tutto marginale, sia in valore assoluto che percentuale. Altri sono i centri di spesa improduttivi nel nostro paese. Assistiamo ad analisi fondate solo sul parametro del numero degli abitanti che impediscono di comprendere come i processi di fusione, soprattutto nella zone rurali, possano creare o aggravare le criticità connesse all’estensione territoriale dei Comuni, la cui eccessiva ampiezza incide negativamente sull’efficienza nell’erogazione dei servizi ai cittadini.

Ci troviamo di fronte a proposte che non tengono conto delle profonde differenze tra le aree del Paese e ad attacchi strumentali condotti utilizzando numeri per creare sensazione, facendo ritenere che gli 8mila Comuni italiani, circa uno ogni 7.500 abitanti, siano un’insostenibile anomali, quando ad esempio la Francia, stato tradizionalmente centralizzatore, ne ha 36mila, cioè uno ogni 1.700 abitanti, e non si sogna di mettere in discussione l‘esistenza dei piccoli Comuni, pur pretendendo un’organizzazione sovracomunale dei servizi. Le politiche di razionalizzazione devono infatti riguardare la gestione dei servizi comunali, dai quali derivano i costi e dipende l’efficienza dell’azione amministrativa, e non gli organi di rappresentanza politica. Sui costi degli organi politici si alimentano demagogie, nascondendone la loro reale portata, spesso così esigua da configurarli nella sostanza come un’attività condotta per mero spirito di volontariato.

Le politiche di valorizzazione e coordinamento di territorio e Comunità devono essere perseguite con convinzione e determinazione attraverso l’uso delle funzioni associate, da esercitare attraverso le Unioni e le Convenzioni. Queste ultime vanno considerate come un modelli istituzionale stabile, non qualcosa di propedeutico alla fusione, in grado di assicurare servizi efficienti con minori costi. Laddove non si raggiungano questi obiettivi ciò non può essere pretestuosamente imputato al modello associativo in quanto tale, semmai alla mancanza di convinzione negli amministratori o alla inadeguatezza delle relative previsioni normative nazionali e regionali, e non può dunque essere considerato un alibi per invocare fusioni».

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