di Magda Bersini

Avete presente quel brivido satanico lungo la schiena? La pelle d’oca? Gli occhi che si macchina-da-scriverestrizzano increduli? E, successivamente, un’espressione spontanea che nasce nella testa: “ Manoooooooooo (tutto attaccato perché neanche la mente prende fiato in quei frangenti)! Nonèverooooo!” Vi è mai capitato?

Beh, a me capita quando vedo un utilizzo abominevole della mia professione (che amo profondamente). Solo per vendere qualche copia o per fare a forza una notizia che non c’è. Senza pensare alle conseguenze che ciò può avere sulle persone citate.

“Ma sì, la notizia c’è”. Si difendono gli autori. Ma talvolta è talmente infarcita e inserita in contesti che non hanno nulla a che vedere con i fatti veri e propri, i quali, di per sé, non farebbero leggere.

Ma arricchendola di falsi particolari, di presunzioni, di sentito dire, delle dichiarazioni di una sola campana, la piccola notizia, irrilevante, per nulla interessante…booom! Diventa uno scoop.

Allora che importa rovinare la vita a qualcun altro? Beh, non sono d’accordo. A mio parere ci sono elementi che non vanno mai, e dico mai tralasciati. La fondatezza delle informazioni date, tanto per cominciare. La purezza dei fatti, senza collegamenti fantasiosi con situazioni che non hanno nulla a che vedere con la notizia. Il rispetto della privacy delle persone che non sono personaggi pubblici, ma solo conosciuti nella loro comunità. La deontologia.

Perchè la deontologia, per quanto concerne il rispetto della privacy, viene utilizzata ad uso e consumo? Due pesi e due misure. Per fare qualche esempio di questo abominio. Se si tratta di una persona non conosciuta che resta coinvolta in un incidente e ne esce ferita, si mettono (giustamente!) le iniziali per difenderne la privacy. Ma se è una persona nota nel paese, e sottolineo “nota”, non “pubblica”, allora si mette nome e cognome a caratteri cubitali! Se c’è un arresto per furto o per spaccio e la persona arrestata non è un pregiudicato, (e non è conosciuto!) allora si mettono le iniziali, o, addirittura, solo età e paese di provenienza. Se invece si tratta di una persona conosciuta (e non pubblica) con un processo in corso, non si cerca di capire nemmeno come stanno realmente le cose, il nome viene messo a caratteri cubitali persino sulle locandine o nei giornali con tanto di foto. Rovinandogli l’esistenza.

Ecco, in quei momenti mi sale lungo la schiena il brivido satanico di cui vi parlavo prima, accompagnato da una rabbia profonda. Perché questo non è giornalismo. Questo è sciacallaggio per pochi spiccioli, dagli effetti devastanti.

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