CANAVESE – Riceviamo da un lettore canavesano che racconta la sua terribile esperienza presso le comunità di Roasio e Alice Castello, e pubblichiamo:

“In Italia siamo purtroppo spesso testimoni di eventi che finiscono col lasciarci l’amaro in bocca, storie di soprusi, abbandoni e tradimenti, frequentemente perpetrati dalle persone da cui meno ce li aspetteremmo. Scrivo questo articolo per raccontare quella che è stata la mia esperienza personale, una brutta vicenda che, oltre al sottoscritto, ha visto coinvolti numerosi ragazzi, diventati loro malgrado vittime innocenti di chi avrebbe dovuto proteggerli.

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Verso la fine del 2011, a causa di alcuni problemi avuti in famiglia, sono stato accompagnato dai servizi sociali presso la comunità terapeutica di Roasio (Vercelli). Dopo circa un mese trascorso all’interno di questa struttura la situazione sembrava essere regolare, poi però improvvisamente ho iniziato a percepire qualcosa di strano: noi ragazzi ci sentivamo tutti stanchi, confusi, troppo deboli per fare alcune cose che richiedevano un certo tipo di sforzo, in tutto e per tutto simili a degli zombie, io ero arrivato al punto da non riuscire nemmeno più a mangiare e alzarmi dal letto. Una sera, visto l’aggravarsi delle mie condizioni di salute, venne deciso, dall’allora responsabile della comunità Salvatore Cirillo, il mio trasferimento all’ospedale di Gattinara (Vercelli). La mia permanenza in quel luogo è però stata estremamente breve, in quanto, dopo appena due ore dal mio arrivo, il responsabile ha (in maniera molto sospetta) richiesto le mie dimissioni prima che mi venissero fatti gli esami del sangue, giustificandosi affermando che, essendo egli un infermiere qualificato, avrebbe provveduto a farmi delle flebo una volta tornati in comunità.

 

Dopo due giorni di trattamento fisiologico, somministratomi tramite endovena da questa persona e da educatori senza qualifica infermieristica, le mie condizioni sono drasticamente peggiorate, ero infatti ormai arrivato al punto da non riuscire più nemmeno ad aprire gli occhi. Sono stato allora trasportato d’urgenza in macchina all’ospedale di Vercelli, dove sono arrivato oramai praticamente in stato di coma. A seguito degli esami effettuati, i medici si sono accorti che la mia condizione era dovuta a una intossicazione causata dalla somministrazione (sicuramente avvenuta all’interno della comunità) di una massiccia dose di Entumin. Dopo tutte le cure necessarie, una volta tornato in salute, sono poi stato dimesso e, vista l’impossibilità di ritornare nel luogo in cui avevo vissuto quella brutta vicenda, sono stato trasferito presso un’altra struttura: la comunità di Cavaglià. Qui non ho vissuto esperienze traumatiche come quella di Roasio, il trattamento è stato decisamente migliore, l’unica grossa pecca sono state le cattive condizioni igieniche dell’edificio. La situazione è precipitata totalmente nel momento in cui, dopo circa un anno, sono stato trasferito presso la comunità di Alice Castello.

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In questa struttura di accoglienza gli educatori avevano la brutta abitudine di picchiare i ragazzi con cinghie e bastoni. Le condizioni igieniche e alimentari erano inoltre pessime. Per circa un anno e mezzo sono stato costretto a subire violenze continue, a tirarmi fuori da li ha contribuito solo il sopraggiungere della maggiore età. Attualmente questa comunità non è più operativa, è stata infatti chiusa definitivamente in seguito alla denuncia sporta da uno dei ragazzi che vi avevano vissuto. Contro gli ex educatori è in corso un processo penale che ha avuto inizio nell’anno 2013; ad oggi purtroppo nessuno è ancora stato accusato e noi ex vittime stiamo ancora vivendo in un incubo in quanto, oltre a portare per sempre il ricordo di quanto abbiamo vissuto, siamo ancora costretti a dover sopportare che i nostri carnefici, al fine di sollevarsi da ogni accusa mossa nei loro confronti, cerchino persino di farci passare dalla parte del torto.

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Ho deciso di scrivere questo articolo come atto di denuncia, non solo perchè ritengo che, dopo averla passata liscia per tutti questi anni, i responsabili di certi scempi perpetrati a danno di minori dovrebbero pagare per le loro colpe, ma anche per far aprire gli occhi sull’esistenza di queste terribili realtà che purtroppo spesso tendono a verificarsi proprio in quegli ambienti in cui ci si dovrebbe sentire protetti. Per quella che è stata la mia personale esperienza posso affermare che in questo caso le leggi a tutela dei minori non sono state adeguatamente applicate. Spero che questo racconto possa fare riflettere qualcuno e che in futuro in Italia ci siano meno comunità come Roasio e Alice Castello e più luoghi sicuri e controllati in cui i minori più sfortunati possano crescere sereni e non debbano portarsi dentro le conseguenze del mio stesso trauma.”

Michael Cebin

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