domenica 14 Aprile 2024

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TORINO – La montagna senza il 45% della neve; serve un piano per affrontare la crisi irrigua

"Abbiamo mezze valli completamente spoglie e una presenza di neve limitata a pochi cm solo a quote elevate e nei soli versanti all’ombra"

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TORINO – La montagna torinese risulta essere davvero in grande carenza di neve. E’, infatti, stimato che manchi il 45% del volume di neve normalmente presente a febbraio, una situazione sempre più drammatica che minaccia seriamente l’annata agraria ormai alle porte.

Coldiretti Torino ha svolto ricognizioni nelle vallate torinesi dove la quota neve è posta a 1500-1600 metri, ma in modo non uniforme. Le nostre valli hanno tutte un orientamento Ovest-Est: hanno quindi un versante esposto al sole (indiritto) e uno all’ombra (inverso). Nei versanti al sole, che rappresentano la metà di superficie dei bacini imbriferi delle vallate, l’innevamento è assente fino a 2000-2100 metri. Mentre nei versanti all’ombra la coltre di neve che parte, appunto, dai 1600 metri, ha una profondità che varia dai 15 ai 40 cm nei punti accumulo da vento. In alta quota la situazione non cambia: a 3000 metri ci sono mediamente 30 cm, con qualche rara eccezione.

“A fine febbraio – ricorda il Presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici – dovremmo avere una riserva consistente su tutte le aree montane con una copertura nevosa media di circa di 40 cm su tutti i bacini montani a quote oltre i 1200 metri. Invece abbiamo mezze valli completamente spoglie e una presenza di neve limitata a pochi cm solo a quote elevate e nei soli versanti all’ombra».

Con così poca neve i grandi torrenti delle montagne torinesi, solitamente a regime “nivoglaciale” o “nivopluviale”, rischiano seriamente di non avere una portata adeguata nella stagione estiva quando è più alta la richiesta di irrigazione da parte dei consorzi che prelevano acqua con le dighe presenti al loro sbocco in pianura. Tutta la pianura agraria che va dal Pinerolese, al Canavese, passando per l’area Ovest e il Ciriacese, da sempre viene irrigata grazie ai canali che derivano acqua da Chisone, Pellice, Sangone, Dora Riparia, Stura di Lanzo, Orco. Colture come il mais e come le foraggere, cioè gli alimenti per gli allevamenti da latte e carne, dipendono dall’acqua delle montagne che oggi, viste dalla pianura, appaiono spoglie e secche.

«Da 3 anni ormai – ricorda ancora Mecca Cici – chiediamo misure strutturali per affrontare questa crisi idrica che ormai caratterizza stabilmente questa epoca climatica. Per ridurre l’impatto sul clima, possiamo anche parlare di azioni globali mondiali, ma intanto servono (adesso) infrastrutture locali per rendere l’agricoltura delle nostre campagne resiliente a un clima che alterna lunghi periodi di siccità ad eventi calamitosi con bombe d’acqua e grandinate fuori stagione. Solo una politica irresponsabile può ignorare questa emergenza non facendo la sua parte sul piano locale. Non ha più senso appellarsi agli accordi globali se poi la Regione non fa nulla a casa nostra. Già con la carestia idrica del 2022 avevamo chiesto che partissero progetti urgenti. Non è accaduto nulla. Si tratta di opere che hanno tempi fisiologici di progettazione e realizzazione. Progetti che hanno bisogno di risorse per essere avviati. Invece, non sono state stanziate risorse e non è nemmeno stato avviato un tavolo di pianificazione: non è stato fatto nulla.

Coldiretti Torino chiede atti concreti alla Regione Piemonte e alla Città Metropolitana.

«Chiediamo che la Regione Piemonte predisponga con l’ente metropolitano di area vasta un Piano invasi locale cioè una pianificazione per distribuire sul territorio agricolo torinese piccoli specchi d’acqua, inseriti nel contesto paesaggistico, in grado di raccogliere l’acqua in eccesso dei temporali per poi attingerla per l’irrigazione in caso di periodi siccitosi. Pensiamo all’uso delle cave abbandonate, delle peschiere del Pianalto, delle vasche di accumulo dei canali e di laghetti da realizzare ad hoc. Inoltre, chiediamo che la Regione utilizzi la leva del rinnovo delle concessioni idroelettriche per concordare con i gestori dei bacini montani un uso plurimo delle acque perché la stagione delle concessioni ad uso esclusivo idroelettrico non è più tollerabile, visto che la legge definisce una scala di priorità che vede l’agricoltura al secondo posto dopo l’uso idropotabile, mentre l’idroelettrico viene dopo l’agricoltura. Ma chiediamo anche sostegno a pratiche irrigue di risparmio idrico e la possibilità di trivellare nuovi pozzi dalle falde senza influire sull’uso idropotabile. Inoltre, chiediamo progetti e sostegni per utilizzare nei campi le acque reflue trattate dai depuratori e quindi depurate. Non è più possibile fare finta di niente. È in gioco il nostro cibo».

© Riproduzione riservata

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