giovedì 9 Febbraio 2023

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CUORGNÈ – La situazione reale dell’ospedale e del Pronto Soccorso

Dalla voce di chi vive la situazione dall'interno

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CUORGNÈ – Si è tenuta domenica 19 settembre alle ex serre di Villa Ogliani a Rivara, un incontro in cui si è parlato di sanità e della situazione sanitaria presente e futura del territorio, occasione per fare il punto su di essa elencandone problematiche e prospettive future, non per ultimo la nascita del nuovo Ospedale del Canavese.

Ma se obiettivamente si vuole trattare l’argomento sanità in Canavese non si può non incentrare il discorso sull’annosa situazione che sta vivendo l’Ospedale di Cuorgnè e, soprattutto il Pronto Soccorso, chiuso ormai da quasi un anno. Un’incresciosa situazione che si sta prolungando, ben oltre quella dettata dall’emergenza sanitaria in corso, e che l’ha visto trasformarsi in reparto Covid.

Tanto hanno lottato molti amministratori locali, in primis il primo cittadino di Cuorgnè Giuseppe Pezzetto, ma allo stato attuale nulla è cambiato.

Se si analizzano i dati, tanto amati dalla nostra politica, sono più di 19 mila i passaggi annuali dal pronto soccorso di Cuorgnè che, a causa della chiusura, sono dirottati al nosocomio di Ciriè e a quello di Ivrea. Gli stessi non essendo stati a loro volta potenziati sono al tracollo e lo dimostrano le interminabili ore di attesa a cui i cittadini si devono sottoporre per essere visitati.

Durante la conferenza è stato più volte ribadito che il problema non è economico, ma che la difficoltà principale è rappresentata dalla carenza di medici e che, di conseguenza, la riapertura del reparto non sia possibile.

Proprio per questo l’interrogazione avanzata in sala dalla Dottoressa Anna Di Como, che da quattro anni presta servizio come medico libero professionista presso il reparto d’urgenza del nosocomio cuorgnatese, ha colpito molto la mia attenzione tanto da contattarla per un’intervista: «L’altra sera ho agito d’impulso perché si calcava la mano sul fatto che non ci siano i medici e che quindi l’unica soluzione fosse chiudere il pronto. Di fatto i medici mancano, ma non solo al Pronto Soccorso di Cuorgnè, ma in tutta l’Asl TO4 e, se vogliamo dire, in tutta Italia. Che un Asl possa pensare di risolvere il problema delle risorse destinandoli laddove sia più importante (ndr. Ospedale di Ciriè ed Ivrea in sostanza) chiudendo un ospedale importante e non sacrificabile è assurdo e non va bene perché chi ci perde è solo il cittadino. La motivazione della carenza di medici a livello nazionale è da ricercare in un periodo che risale a venti/trenta anni fa con università a numero chiuso e con la difficoltà di accedere alle specialità.

Io mi sono laureata quasi vent’anni fa e ho iniziato a lavorare senza aver preso subito la specializzazione. Siamo tanti professionisti con esperienza sul campo, ma di fatto non abbiamo la specializzazione in medicina d’urgenza, che è una disciplina relativamente giovane soprattutto se si pensa che i medici laureati entro il 1998 non sono tenuti ad averla e anche io, laureata nel 2003, non posso partecipare a questo tipo di bandi, che infatti vanno deserti. Inoltre chi ha la specializzazione in medicina d’urgenza è molto giovane e non partecipa al concorso per venire a Cuorgnè ma punta a nosocomi più grandi ed importanti e quelli che lavorano da vent’anni in medicina d’urgenza, ma non sono specializzati si ritrovano a dover fare contratti da libero professionista, come me. Da una parte va bene perchè siamo più tutelati facendo parte di queste associazioni, anche perché se non mi fa lavorare per l’Asl TO4 mi fa lavorare per le altre aziende sanitarie che non riescono ad esperire il proprio lavoro solo con i dipendenti.

È vero che l’Asl TO4 ha istituito un bando che però prevede un contratto per un uno anno da utilizzare in casi eccezionali come questo della pandemia ma io non posso abbandonare un lavoro, che è si in libera professione, ma che mi garantisce continuità, con una remunerazione anche più elevata. Quello a cui tengo è spiegare al cittadino che la carenza di personale è assolutamente vera, ma che non è accettabile ovviare al problema chiudendo un ospedale e reclutare quelle poche risorse che ci sono per tappare i buchi da altre parti. Cuorgnè è indispensabile e geograficamente importante perché non si occupa solo di casi differibili. Bisogna anche ricordare che alcuni pazienti giungono autonomamente al pronto soccorso, magari per un dolore allo stomaco, che però può essere un infarto in corso. Dopo la presa in carico, in base alla gravità, era normale indirizzare il paziente alla struttura più adeguata per curarlo.

Chiudendo il pronto soccorso, oltre all’aumento degli utenti dei restanti reparti d’urgenza canavesani, con attesa di circa otto o dieci ore, ad aumentare l’attesa per gli stessi pazienti e creare disagio è anche soprattutto pericoloso per i pazienti. Cuorgnè non è sacrificabile perché non è un qualcosa in più, ma è di vitale importanza e andrebbe addirittura potenziato.

Qualcuno ha detto anche che la chiusura di Cuorgnè possa servire a centralizzare le forze in ospedali più importanti e più grandi (v. Ivrea) con più professionisti, ma in realtà non è un rinforzo perché se prima i medici ad Ivrea erano dieci e a Cuorgnè cinque e questi vanno a potenziare Ivrea non diventano quindici perché in realtà ad Ivrea non ci sono più dieci medici. Secondo me dovrebbero capire come aumentare il numero di medici negli ospedali più grandi in modo da non avere queste carenze e lasciare la gestione di Cuorgnè così come è stata sempre fatta. Chi ci perde è sempre il cittadino e tutti i problemi ricadono sull’efficienza del sistema».

Tra l’equipe del pronto soccorso di Cuorgnè di cui lo stesso sindaco Pezzetto ha rimarcato la prestigiosità e l’efficienza vi è anche Alessio Iaia, giovane infermiere che da oltre tre anni lavora(va) nel reparto cuorgnatese, ma che dopo la chiusura del 27 ottobre del 2020 è stato trasferito insieme ad altri tre colleghi alla terapia intensiva dell’Ospedale di Ivrea: «Ero molto felice di poter lavorare a Cuorgnè e mi trovavo molto bene. Eravamo una ventina di infermieri e, oltre ai miei colleghi trasferiti con me nel mio attuale reparto, altri sono stati destinati alla geriatria di Cuorgnè e i restanti al reparto Covid. Ora che il reparto Covid è stato chiuso, da ormai alcuni mesi, sono stati dirottati ai vari centri vaccinali sparsi in Canavese. Vi è incertezza per questo personale perché chi come me ha avuto il trasferimento in un reparto ha un futuro assicurato ma loro invece cosa faranno? Molti di loro si vorrebbero già far trasferire in altri reparti o ospedali e ci sarebbe un ulteriore perdita di infermieri nel caso in cui il Pronto Soccorso riaprisse i battenti. Il gruppo così si disgrega con il rischio di perdere tutto quanto a causa di questa situazione di stallo senza una presa di posizione e una decisione. Sappiamo tutti che lo scopo dell’Asl TO4 è quello di costruire l’Ospedale del Canavese e lasciare Cuorgnè con geriatria, lungodegenza e medicina, giusto per decongestionare un po’ Ivrea perché altrimenti sarebbe al collasso.

Dopo la seconda e terza ondata l’Asl si appellava al fatto che doveva arrivare consenso del DIRMEI (Dipartimento interaziendale regionale malattie ed emergenze infettive), ma anche una volta arrivato non si è proceduto con l’apertura puntando sulla carenza dei medici. Prima dell’emergenza Covid il P.S di Cuorgnè funzionava grazie alla cooperativa Medicaline di cui fa parte la Dottoressa Di Como e vi erano due medici strutturati che facevano parte della dotazione organica dell’Asl di cui uno attualmente è andato in pensione, mentre l’altro è ancora presente all’Asl To4.

Tutti si riempiono la bocca perché bisogna far leva sul 118, sulla patologia giusta che deve andare all’ospedale giusto, che sono gran bei discorsi, ma non è mai stato così perché dal primo giorno che ho iniziato a lavorare al Pronto arrivavano ambulanze con i volontari che portavano donne incinta, quando sono 10 anni che non c’è più il reparto maternità, oppure i pazienti psichiatrici. Uno può dire tante cose ma poi la realtà è ben un’altra. Il 118 dovrebbe far parte del sistema ma invece è un po’ un mondo a sé stante.

Il personale infermieristico per riaprire c’è tutto ed è un’assurdità che un personale con qualifiche per il triage, per il supporto avanzato di funzioni vitali, quindi con una serie di corsi specialistici per operare in un reparto d’emergenza, vengano fatti lavorare in geriatria. E’ uno spreco di risorse.

Si dice anche che devono essere mandati i pazienti giusti negli ospedali giusti ma bisogna anche destinare gli infermieri ai reparti per cui sono specializzati e non mandati in giro a fare i vaccini.

Inoltre bisogna dar la certezza del lavoro anche a quegli infermieri che hanno partecipato al bando del DIRMEI che è un bando di 3 anni legato all’emergenza e, di fatto, sono precari perché non hanno un contratto a tempo indeterminato. Ci sono elementi integrati nel sistema ed è assurdo mandarli via per assumere altro personale da formare, ricollocare e, per via delle graduatorie nazionali, può capitare che arrivino infermieri da chissà dove ma che punta al posto fisso, che fa il minimo per poi chiedere il trasferimento».

CUORGNÈ – La situazione reale dell'ospedale e del Pronto Soccorso

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