POLITICA – La caduta del monopolio delle ferrovie a suo tempo ha suscitato molto clamore in un Paese abituato da troppo tempo a uno Stato invasivo. Un segno importante che ha aperto la strada a nuove liberalizzazioni. Allora, è nato Italo che ormai tutti conosciamo. Ora è la volta delle Poste veder nascere un competitor che per modello di business si annuncia molto interessante. L’impresa nasce dopo tre anni di studi e sperimentazione. Ne abbiamo parlato con Francesco Paduano, Presidente a Amministratore Delegato della Uniposte Spa.

Visto da fuori Uniposte richiama l’immagine dei treni di Italo. Come ha avuto l’idea? Ci vuole coraggio a sfidare un gigante come le Poste Italianepaduano

L’idea, nata nel 2011, ha dovuto poi essere misurata sulla rivoluzione del monopolio con le novità legate anche al recepimento delle regole europee e l’apertura al mercato della globalizzazione a partner privati per accedere a nuovi modelli di business. Tutte questioni che fino ad oggi erano riservate solo al monopolista Poste Italiane. La caduta dei monopoli ha stimolato l’innovazione e la ricerca di nuove opportunità di business toccando tutti i servizi di energia e comunicazione fino ad arrivare ai servizi generali che sono i prodotti postali.

Solo servizi postali comunemente intesi o anche altro, finanziari ad esempio?

Esattamente, anche i servizi finanziari. Negli ultimi due o tre anni è stata aperta la strada anche a questo segmento. La vigilanza non è più nazionale ma comunitaria, tutto ha fatto sì che si diffondesse una mentalità più anglosassone. Teniamo anche conto che l’utilizzo della moneta elettronica ha modificato il comportamento di ogni individuo, di ogni cittadino. Basti pensare allo smartphone, che con un’App permette di fare tutto più rapidamente. I soci sostenitori di Uniposte appartengono a strutture che forniscono servizi a finanziarie, banche e le stesse poste private per questo non è stato difficile chiudere il cerchio e fare un ragionamento complessivo.

Soci tutti italiani o anche gruppi esteri?

Tutti italiani.

Avete avuto difficoltà burocratiche sulla questione della concorrenza entrando in questo segmento?

All’inizio sì. Abbiamo trovato un po’ di difficoltà a capire bene il modello da applicare al mercato italiano. Devo dire che da quando è nato l’istituto di pagamento e sono nati intermediari diversi in Europa, e più tardi in Italia, oggi la situazione è completamente diversa perché nel 2012/2013 a seguito di nuove release legate a nuovi regolamenti è diventato più chiaro chi fossero i nuovi attori che si potevano affacciare. Oggi è molto più consolidata la figura dell’intermediario finanziario e non abbiamo trovato molte difficoltà perché Uniposte nasce con quasi tre anni (dal 2011 al 2013) di gestazione. Nel dicembre 2014 abbiamo costituito la società perché eravamo convinti che tutte le nostre disamine andavano nel senso giusto.

Qual è il bilancio di questi primi nove mesi di attività?

Il 2015 è un anno speso per organizzare la rete. Abbiamo già due punti operativi e una ventina di sportelli autorizzati ma, come sanno i nostri soci e i nostri affiliati, la prima vera attività di Uniposte spa inizia il 1 gennaio Dal 2 gennaio la macchina corre. Per il 2015 quando parlo di organizzazione includo anche la formazione. E’ essenziale per fornire un buon servizio ai cittadini e siamo preparati.

La vostra organizzazione prevede una rete in franchising a che punto siete?

A oggi gli affiliati in franchising e i punti di proprietà della Spa coprono otto regioni italiane, dalla Sicilia fino al Friuli. Nel frattempo sono nate in varie regioni delle società di scopo. Vuol dire che attualmente la società è composta da 13 azionisti e in alcune regioni come la Toscana, la Sicilia e la Lombardia sono nate delle Uniposte regionali di proprietà dell’azionista di riferimento di quel territorio.

Che sono consociate con la holding?

Sono collegate, hanno una partecipazione con la Spa di Roma. In questi giorni, il 5 di ottobre è stata costituita a Milano la Uniposte Store Milano S.r.l.

Una differenza sostanziale con Poste italiane c’è?

Faccio fatica a definirla se non si guarda l’approccio di flessibilità. A differenza di Poste Italiane il gestore di un punto vendita Uniposte è un imprenditore non un dipendente. Il nostro approccio ha come modello la consulenza, lo sportello, gli orari flessibili. In pratica ci sono elementi completamente diversi da Poste Italiane dove tutto è legato a un contratto di lavoro subordinato. I prodotti sono gli stessi la differenza la vedo nei valori umani.

Ma se voglio diventare un vostro affiliato cosa devo mettere sul piatto, quanti soldi ed energie?

bbiamo due formule. Una licenza consiste in una formula “corner” un’altra in quella “Store”. Sono licenze decennali che danno diritto allo sfruttamento delle partnership della casa madre. Ci sono poi formule di associazione in partecipazione.

Che significa?

Vuol dire che se troviamo delle location e le riteniamo importanti e meritevoli di attenzione siamo disponibili a fare anche un investimento. È un po’ quello che avviene oggi con le pompe di benzina dove c’è il gestore ma la pompa è di proprietà della società che fornisce il carburante.

Mettiamo che un professionista voglia riciclarsi che capitale devo avere a disposizione per iniziare?

La formula “corner” prevede un capitale al di sotto dei 10mila euro, la formula “store”, con l’utilizzo di beni strumentali, si avvicina intorno ai 50mila euro. Tenga presente che un valore diverso tra noi e altri modelli di franchising di distribuzione organizzata, è l’azionariato diffuso, novità assoluta.

Come funziona?

Mi spiego meglio: se oggi voglio aprire un McDonald’s la formula commerciale è esclusivamente quella prevista dalla legge sul franchising: una società concede la licenza a un costo. Così si diventa affiliati. Noi abbiamo sperimentato un processo che è stato messo a punto nel credito cooperativo. Cioè un nostro affiliato, in possesso di determinate caratteristiche, ha il vantaggio di accedere al capitale della Spa e quindi sottoscriverne azioni della Uniposte senza dover pagare una licenza d’uso per aprire un punto vendita. È la più grande novità. In Uniposte il nuovo affiliato, spende la quota della Fee vedendosela convertire sotto forma di azioni, così facendo, non paga nessuna licenza d’uso e, di contro, partecipa alla vita sociale del gruppo. In questo modo la somma investita viene convertita come sottoscrizione di nuovo capitale della SpA, andando a patrimonio netto del potenziale affiliato, ovvero, socio della UniPoste Spa. In sostanza la FEE d’ingresso come licenza equivale a ZERO euro.

Che capitale avete previsto per la vostra impresa?

Abbiamo previsto un capitale deliberato di tre milioni e mezzo in questa fase per portarlo a 10milioni. Diamo la possibilità di sottoscrizioni a piccoli imprenditori. In questo modo si partecipa anche alla “vita sociale” dell’impresa.

Che previsioni avete per il 2016?

Per quanto ci riguarda siamo convinti di avere un’offerta completa, a 360 gradi, per arrivare nel 2016 con 50 – 80 punti vendita aperti in tutte le province e con un raddoppio successivo. Così crescendo.

Quanto competitivi riuscirete ad essere rispetto ai costi di Poste?

Noi oggi riusciamo a esprimere un servizio pubblico con un prezzo medio inferiore del 10% su altri competitors e sulla stessa Poste Italiane.

Un franchisor che struttura dovrebbe avere per funzionare bene?

Abbiamo previsto delle schede e dei format riassuntivi che sono anche sul nostro sito. Una struttura medio piccola deve essere costituita da un organico minimo di due persone se non tre e non meno di 30/60 metri quadrati. Sostanzialmente una vetrina, se sono due o tre ancora meglio, ma molto dipende dalla location e dal territorio. Aprire in una zona di 15mila abitanti a caratterizzazione commerciale ha un senso completamente diverso dall’aprire al centro di Milano o di Roma. Per quanto riguarda il personale trovandoci in un territorio con un flusso di bacino di utenza di 50mila abitanti è chiaro che dovremo avere tre operatori di sportello, uno alla vendita e due al back office e consulenza. Se sono in un bacino di 6mila abitanti basterà un solo dipendente. È lo stesso format delle banche.

Recentemente siete stati al salone del Franchising a Milano e alla Fiera dei Giochi di Roma. Qual è stata l’accoglienza?

Devo dire sorprendente. In questo Paese c’è tanta voglia di fare e di trovare occasioni serie per impegnarsi. Noi ci siamo. E sembra proprio che la nostra voglia di impresa innovativa e con regole vantaggiose sia stata percepita

 

Intervista esclusiva a retewebitalia.net – tribunapoliticaweb.it

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