La cosa che mi dà più fastidio sono le mosche.
L’aria qui è soffocante, per un certo periodo del giorno almeno, e le mosche mi torturano fin dentro l’anima.
Con le mani e i piedi legati non riesco a fare ciò che voglio ma il caldo e i pensieri fanno il resto.
Sudano i muri come la mia pelle, e le ferite delle frustate pulsano nei momenti in cui ancora riesco a connettere o rimango in attesa di vedere spuntare la faccia di colui che sarà il mio assassino. Mi ripeto che è inutile pensare a come sono finito prigioniero qua dentro, è inutile morire come un allocco in terra straniera.
Nelle lande afghane non piove mai, mi sono sorpreso a trovare montagne così alte e i colori sempre uguali della terra al sole.

Come spiegare che la mia situazione non è dovuta ad atti eroici, del resto non sono un soldato, ma a causa di una donna?
Come dimenticare?
Al mercato di Herat c’erano moltissime persone che si muovevano disordinatamente, era un brulicare di voci e di suoni, i ragazzini avevano la pelle dello stesso colore della terra al sole.
Su alcune bancarelle erano in mostra i manufatti artigianali delle donne, ho visto le bambole con il burqa, i vasi di terracotta, i quadri… poi all’improvviso tutto è precipitato come in una vertigine.
E allora uno può innamorarsi anche senza averne voglia.
Nel momento più impensato, con pochi elementi a disposizione se non uno sguardo nero dalla stoffa azzurra. Di solito non basta indugiare su due occhi incredibilmente vivaci per una ragazza… però è bastato.
Di solito è sufficiente capire che può essere troppo pericoloso, che può diventare sbagliato, che sarebbe semplicemente meglio di no.
Però abbiamo fatto finta di non capire, e la nostra storia è nata non solo, ma ci ha avvolto in un mantello tenebroso e accogliente, persino rassicurante… finché ci hanno scoperti.
Ho paura a immaginare che cosa abbiano fatto di lei.

L’alba sunnita è diversa dalle altre, dapprima sembra timida poi si spinge oltre la feritoia del muro, sbircia dentro e annusa il mio odore di morte. La mia alba è come la notte: non ne conosco la differenza.
La follia invece è come l’intelligenza, serve per pensare.
Ho bisogno della follia e voglio accorgermi di quando impazzirò.
Non so perché non mi hanno ancora ammazzato, forse si tratta di un’azione poco diplomatica o forse per farmi illudere che il ricordo di lei riesca a salvarmi.

Chissà se ora posso prendermi una piccola rivincita: la mosca torturatrice sta passeggiando sulla mia fronte, non dico o faccio nulla, ora scende lungo la linea che scava le sopracciglia e si dirige verso il naso.
Se sto perfettamente fermo potrebbe arrivare alla mia bocca, la tengo un po’ aperta appositamente… e sarebbe la sua fine.

Ecco che scruta la narice destra. Pizzica un po’ il suo cammino fino al labbro superiore, ancora poco, piano… piano… Le gambette della mosca superano il passaggio più difficile e raggiungono i miei denti, ora cerca di introdursi più a fondo verso l’ignoto…
Presa.

Graziella Cortese

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