I neon si spengono. Dodici candele iniziano a dondolare al suono di voci sempre più piene, agitando un mare da cui si innalza un’onda alta e limpida, l’assolo di Chiara.

Ora, solo ora, davanti al coro, capisco il senso delle sue parole, che mi erano sembrate così…così retoriche, ecco. Quelle sui campi di cotone: gli schiavi ondeggiavano le voci sull’erba alta, ma solo uno le raccoglieva in un acuto che rispondeva e domandava per tutti.

Le mani del pubblico seguono il ritmo, sempre più blues. Non si può stare fermi ascoltando questo spiritual – ballerai!, Chiara me l’aveva detto – la testa si scuote da sola, e così i fianchi, le punte dei piedi. Le canzoni si susseguono sincopate, lasciando appesi alle dita gli applausi, che esplodono nell’inno di chiusura. Chiara allarga le braccia verso le altre donne del coro, che fanno un passo avanti prendendosi per mano. E giù le teste, le schiene, in un inchino liberatore.

Quando Chiara si rialza e sposta i capelli dal viso, io lo riconosco quello sguardo emozionato. Un po’ smarrito. È lo stesso che ho visto nella fotografia appesa sopra al suo letto, il giorno del nostro primo incontro. Quante prime volte, quel giorno. La prima volta che varcavo un’inferriata alta quattro metri saldata di filo spinato, la prima volta che superavo il metal-detector della guardiola, i tre cancelli di controllo tra i corridoi. Ogni gesto registrato da una telecamera. La prima volta che entravo nella cella di Chiara, un rettangolo di vita lungo un letto e largo un tavolo, una sedia e un lavandino. Lo spazio di un’assassina.

La prima intervista era stata un disastro, a Chiara non avevo tirato fuori che qualche monosillabo. “È nata in carcere la passione per il canto?” “No”, “Devi scontare ancora otto anni?” “Sì”, “Pensi spesso a quello che è successo?” “Sì”, “Lo rifaresti?” “Sì”.

La seconda volta che entrai nella sezione femminile del carcere delle Vallette, a Torino, la cella era vuota. Chiara stava provando con le altre detenute del coro in sala mensa. Fu quella la prima volta che la sentii cantare. Chiara sta tutta intorno alla sua voce, Chiara è, la sua voce. Chiara, in pochi istanti, era evasa sotto ai miei occhi. Un acuto oltre il filo spinato.

La settimana dopo entrai nella sua cella con in mano una biografia di Aretha Franklin. I ritagli di giornale con le foto di Aretha ricoprivano il muro sopra il lavandino, lo avevo notato la prima volta. Da quel giorno, Chiara mise da parte i monosillabi e iniziò a parlare di musica. Blues, jazz, soul. Fino a che disse: “Sono sempre stata timida, imbarazzata da queste grosse tette e senza molto da dire. Dopo le medie ho lavorato in una panetteria, a diciotto anni mi sono sposata. Ricamavo centrini, Marco, mio marito, preferiva che stessi a casa. Il gospel l’ho scoperto rompendomi una mano: non potevo cucire e il pomeriggio gironzolavo nel quartiere. Un giorno sentii delle voci uscire dal portone della chiesa, entrai e mi sedetti al fondo. Il giorno dopo ci tornai, e quello dopo il parroco mi disse che avevano bisogno di un soprano. Scoprii di essere un soprano. Un soprano in grado di raggiungere toni bassi, ma con un’estensione di tre ottave in piena voce. Eccellente! il Don disse proprio così, eccellente.

Ero stata la figlia di mio padre e poi la moglie di mio marito, ma adesso ero qualcosa di nuovo, di mio. Una corista. E non c’erano sberle, anche questo era nuovo. Non lo sapevo, ma adoravo cantare. Non lo sapevo, ma alla gente piaceva ascoltarmi. Natale si avvicinava, e il concerto pure. Cantavo mentre stendevo, quando lavavo i vetri, passando l’aspirapolvere. Marco, una mattina, mi aveva sentita e aveva voluto sapere dove avessi imparato la canzone. E io: in Chiesa. Tu in Chiesa ci vai se ci sono io, chiaro? disse, stringendomi il mento tra le dita”.

Chiara parla sempre guardandosi i piedi, ma quella volta ha alzato gli occhi e ha indicato la fotografia sopra al suo letto, quella del coro di Natale. Chiara davanti a tutti a raccogliere applausi. Una Chiara giovane, bella, viva, eppure…non so, sconvolta.

Sono entrata altre dieci volte nella sua cella e ho ascoltato innumerevoli inni cristiano-metodisti e gospel e spiritual, prima di sentir Chiara dire: “Andavo in chiesa quando Marco era di turno con la volante. Faceva il poliziotto Marco. Diceva che la gente è cattiva come Caino, e io un po’ stupida come Abele. ‘Sei una donna, ti fai fregare se vai in giro da sola’ diceva. E già mio padre lo diceva, prima di Marco. Arriviamo tutti dallo stesso paese, noi.

Marco mi amava. Anche quando mi prendeva a calci mentre stavo acquattata tra la lavatrice e il lavandino, mi amava. E mi amava quando mi sbatteva la testa contro l’armadio. Era colpa mia: andavo a prendere il gelato senza dirglielo, scuocevo la pasta, mettevo quella gonna a pieghe che mi faceva sembrare una puttana. Mi picchiava quando beveva, Marco. E beveva quando lo sospendevano dal servizio. Lo sospendevano dal servizio quando beveva. Marco beveva perché aveva paura di perdermi, diceva, e mentre lo diceva piangeva, e mentre piangeva mi asciugava il sangue con l’asciugamano. Piccola stupida Abele, sussurrava.

Il Don non mi faceva domande durante le prove del coro, neanche davanti alla mano rotta aveva fatto domande. Un giorno, però, mi accorsi che annotava la posizione dei miei lividi lì, sullo spartito. Quello spartito è stata la mia unica prova a favore, al processo. Nessuno dei colleghi di Marco ha testimoniato di averlo mai viso ubriaco, o violento. Neanche mio padre”.

Quel giorno Chiara ha staccato la fotografia dal muro sopra al letto e l’ha guardata a lungo. “È stato il momento più bello della mia vita. Mi era riuscito un acuto che aveva fatto rabbrividire me prima di tutti gli altri” . Io gliel’ho detto che c’era qualcosa di angosciante nella fotografia. Chiara ci ha passato sopra il dito. “È in quel momento che l’ho visto. Il Don aveva detto di fare due passi avanti durante gli applausi, per ringraziare. Li ho fatti, e l’ho visto. Marco era vicino al confessionale. Dopo il concerto siamo tornati a casa a piedi, senza parlare. Appena chiusa la porta mi ha stretto le mani al collo, schiacciandomi al muro. ‘Sono tornato prima per farti una sorpresa, ma la portinaia mi ha fermato sulle scale per chiedermi a che ora era il concerto. Mi hai fatto fare la figura dello stupido! Lo sapevano tutti tranne me. Perché mi hai umiliato così? Perché?’. Fissavo il soffitto e non riuscivo a respirare, mi ronzavano le orecchie. Pensavo che sarei morta lì, con la testa appiccicata alla sua divisa attaccata dietro la porta. E invece Marco ha mollato la presa. Lo sentivo urlare dalla camera da letto che questa volta mi avrebbe dato una bella lezione, ma quando è tornato in corridoio con la cintura in mano, si è immobilizzato. ‘Chiara che fai?Zitta! Zitta, smettila di cantare!’. Gli ho sparato raggiungendo tre ottave in piena voce, senza, non ne sarei mai stata capace. Dopo, ho rimesso la sua pistola d’ordinanza nella fondina della divisa, sono scivolata lungo il muro e mi sono distesa sul pavimento. Ho continuato a cantare mentre la portinaia bussava, mentre sfondavano la porta e la sirena dell’ambulanza suonava”.

Quattro mesi fa sono entrata in questo carcere per intervistare Chiara, la virtuosa maestra di canto che ha reso famoso il suo coro di detenute. Oggi sono qua, in sala mensa, a battere le mani al ritmo del primo spiritual composto da Chiara. L’arrangiamento è sofisticato, ma la strofa è una sola. Prima la canta la solista, e poi la riprende il coro: “Abele e Caino avevano una sorella. Un’assassina colpevole di non essere un uomo. Abele e Caino avevano una sorella, io canto perché nessuno possa dire che non lo sapeva”.

Mariagrazia Nemour

 

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