Mi chiamo Starlette e ho sei anni, un pelo che a carezzarlo fino a ieri ti sembrava seta, due occhi grandi e neri, un musetto dolce e due orecchie all’ingiù. Ma ho soprattutto una piccola stella impressa sulla fronte, un’amica che mi ha sempre protetta e dato un tocco di originalità.

Adesso non so che cosa mi stia succedendo, sento di essere presa al collo perché ho cercato di tirare la corda che mi tiene legata a quel palo e per poco non mi sono strozzata. Non capisco: fino a ieri mi hai sempre portato fuori con la pettorina, dicendo ai tuoi amici che il collare rischia di strangolare, che mi avrebbe fatto male. E non capisco nemmeno che cosa sto a fare qui, in questo pezzo di prato pieno di cacche, di vecchi materassi squarciati, di pentole e di giocattoli rotti.

Ti sto aspettando. Tornerai a prendermi? Intanto comincio ad aver paura di questo posto. Da poco ho visto un grosso topo gironzolare tra tutti gli oggetti sparsi. Certo, l’ho puntato, gli ho anche abbaiato contro, ma lui invece di fuggire spaventato si è fermato a fissarmi con aria minacciosa. Ho capito che voleva attaccarmi e mordermi, ma per fortuna un colpo di vento ha rovesciato tanti scatoloni di cartone messi su, uno su l’altro, e il rumore l’ha fatto scappare.

Ho fame e sete, ma non posso muovermi. Mi hai legata talmente stretta che, a forza di tirare per cercare di liberarmi, la corda mi ha strappato la pelle ed è entrata un po’ nella carne del collo. Sanguino e mi fa male. Ma tu dove sei? Quando tornerai a prendermi?

All’improvviso, in questo silenzio rotto solamente dall’aria che sibila nelle mie orecchie, avverto un pizzico acuto sotto una zampa. Mamma! Dov’è la mia mamma? Mi fa male, mi brucia poggiarla a terra… Dove sono i miei fratellini? Dove li hai portati quando sono nati? Mamma, mamma!

Ecco, ho visto che cosa mi è successo, ho infilato la zampina su un chiodo di una gamba rotta di tavolino.

Continuo ad abbaiare, a guaire, a spalancare la bocca in sbadigli di resa: dove sei? Perché mi hai lasciata qui, dove non mi avevi mai portato? Mi sono acquattata, ho smesso di chiamarti, sta facendo buio.. Ogni tanto passo la lingua sul buco fatto dal chiodo, ma il dolore non si quieta. Ho lo stomaco in gola, ho fame e, in lontananza, sento i topi avvicinarsi.

Già, i miei fratellini… Li ricordo tutti, sai? E ricordo la mamma. Era bella, con un manto grigio e lucido, e lo sguardo dolcissimo. Ci voleva sempre accanto a sé e noi ci attaccavamo alle sue mammelle e succhiavamo fino a sentirci la pelle della pancia tesa e dura come quella di un tamburo.. Poi, una sera, dopo il latte, hai preso i miei fratellini e li hai messi in uno zaino nero, dopo aver legato la mamma che ti abbaiava contro e ignorando i guaiti che ti arrivavano dalla sacca chiusa. Hai lasciato me in un angolo, a pancia in aria, fra la digestione e il sonno in arrivo. Sei uscito e quando sei tornato hai buttato su una sedia lo zaino, vuoto…

C’è la luna in alto, il cielo è pieno di stelle, ma i topi sono sempre in agguato… Vorrei dormire, ma la zampa mi fa male e mi tiene sveglia. D’un tratto due fari mi illuminano e un’auto si ferma, dopo essere apparsa come per magia perché non l’ho sentita arrivare.

«Gianni, guarda che bella che è… L’hanno abbandonata, di sicuro!».

Ma no, no… Il mio padrone non mi abbandonerebbe mai… No, no…

«Sì, è una cagnetta simpatica… Guarda, Giulia: ha una stellina sulla fronte! Come si chiamerà? Stella? Stellina?».

Starlette… Il mio nome è Starlette!! Ah, bravi. State tagliando la corda che mi tiene legata al palo. Come ringraziamento una leccata della mano è il minimo che possa fare. Poi scodinzolo e un’altra leccata…

«È ferita, Gianni. Alla zampetta e sul collo».

«Che facciamo, Giulia? Se il cane è di qualcuno? Noi non possiamo prenderla e portarla via con noi. Se ha il chip di riconoscimento?».

«Ma no, che non ce l’ha… Sennò non l’avrebbero lasciata qui, sola. Anzi, secondo me l’hanno fatto apposta, sperando che qualche animale selvatico se la portasse via… topi, cinghiali, che so…».

No, non lasciatemi qui, vi prego. Do tante leccate alle mani della donna da asciugarmi la lingua. Fisso lui con aria di disperazione. Abbaio per richiamare la loro attenzione.

«Beh, allora? Io non la lascio qui».

Mi accarezza la testa e sento le sue dita che scendono lungo le orecchie. Brava Giulia, grazie. Un’altra leccata.

«Va bene, va bene. La facciamo salire dietro e la portiamo a La Nuova Fattoria, dove so che ci stanno tanti altri animaletti… Là vedremo che cosa si potrà fare ancora… ».

Sì. Portatemi lontano da questo posto che mi ha dato tanto dolore, tanta tristezza e paura. Cancellate dai miei occhi e dalle mie narici il ricordo e l’odore del mio precedente padrone che mi ha abbandonata e che avrà fatto morire tutti i miei fratellini. Portami via con te, Giulia, portami via…

 

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