forconi-3Fumo, spintoni, canti, questo si vede e si sente dalla finestra di casa mia, terzo piano, Torino. Scendo in strada perché voglio capire. Guardo le facce che sfilano, tanto per vedere se mi riconosco in qualche sguardo.

Ed eccomi là, sono io quella ragazza che avrà più o meno diciotto anni, con la kefia al collo. Sono io che cammino per strada perché tutti sappiano che nella mia aula piove dal soffitto. Sono arrabbiata perché il prossimo anno voglio andare all’Università, ma non sono sicura di trovare i soldi per l’iscrizione, perché se non mi chiamano più spesso ad aiutare al bar e mio padre non fa straordinari, la banca certo non me li presta quei soldi. Non sono un buon investimento, io. Sono arrabbiata perché la facoltà di Scienze Politiche è stata rimpiazzata da quella di Fantascienze Politiche, e nessuno dice niente.

Cambio marciapiede e continuo a osservare i manifestanti, cercandomi. Mi ritrovo sotto al piumino di questa fioraia, che rigira tra le mani la fattura del commercialista. Ogni quindici del mese lo studio le invia gli F24 dell’IVA, l’acconto sull’Irpef, e la Tares, la Service Tax. Sì, sono io la fioraia che da dieci anni apre la serranda del negozio alla Falchera – e per vendere fiori, tra quei palazzoni, ce ne va tanta di fantasia – sapendo che luce, fisco, affitto e fornitori si mangeranno tutto quello che scrivono gli scontrini. Nero? Mai!, dicevo una volta, anche il ladrone a fianco di Cristo faceva nero. Nero? Magari, dico oggi, con gli occhi fissi sulla chiusura del trimestre, in rosso di novecento euro. E sono già fuori con il fido, in banca.

Mi faccio spazio tra la folla e mi riconosco in un uomo che se ne sta in disparte, con una lattina di birra in mano. Cammino con poca convinzione, ormai non ci credo più nel sindacato, e ancora meno nella politica. Non so neanche perché ho preso il pullman e sono venuto a Torino, oggi. Tanto per fare qualcosa, forse, perché non avere un lavoro, non avere un orario, vuol dire non avere una vita. Da due anni sto così. Prima la mobilità e poi il licenziamento. Ho provato e rifare il letto e lavare i piatti, mia moglie non dice niente, ma sistema ogni cosa dopo che passo. Le do un doppio lavoro, ho smesso di aiutare. Dall’interinale mi chiamano ogni tanto, e il lavoro dura una volta una settimana, un’altra tre giorni. Quatto ore. Mia figlia ha festeggiato la Comunione e non aveva un vestito nuovo. A Natale vorrei comprarle qualcosa, ma ho solo più la fede da impegnare, e quella la voglio tenere, al mio paese si porta nella tomba, la fede. Uno sul pullman mi ha detto che potrei vendermi un rene, quel mercato lì non è in crisi. Ma poi mi ha guardato e si è messo a ridere: “Sei mezzo alcolizzato, che ti vuoi vendere tu?” Tiro un calcio a una macchina, e poi un altro. Vedo un poliziotto e mi dico che sua figlia aveva sicuramente un vestito nuovo per la Comunione, ora il calcio vorrei sferrarlo sulla sua tibia. Ma non ne sono capace. Chissà se di farmi fuori ne sono capace.

Svolto in Piazza e d’un tratto mi ritrovo nella testa di quel ragazzo bloccato in macchina, quello che batte pugni sul volante. Ho una bella donna seduta vicino, ma non sono felice. So che lei ha le occhiaie sotto al trucco, i lividi delle trasfusioni sulle braccia. Ha la sclerosi multipla e oggi c’è terapia. Dobbiamo essere alle nove in ospedale, ma sono fermo dentro sta macchina da non so quanto, prima la manifestazione sulla tangenziale e adesso in centro. Ne stirerei volentieri qualcuno di questi straccioni. Che vogliono da me? Che diavolo c’entro io? Andassero a Montecitorio.

Giro la testa e mi ritrovo di nuovo sul marciapiede, mi passa vicino una ragazza che usa la bandiera NoTav come mantello. Scivolo nei suoi pensieri: qua è tutto da cambiare, non ci credo in uno Stato che non mi permette di difendere la Valle in cui vivo, che conosco così bene. Uno Stato che non mi dà risposte, e che neanche riconosce il mio diritto di fare domande. Ho passato parecchie notti al freddo – e in Val Susa fa freddo davvero, mica per ridere – a spiegare le mie ragioni, e nessun poliziotto si è mai tolto il casco, anche se in mano non avevo armi, perché la mano l’appoggiavo sulla testa di mio figlio, a cui cercavo di spiegare che resistere è un diritto. La bandiera me la stringo addosso per dire che in Valle il lavoro non si porta con appalti a ditte mafiose, ma con investimenti sulla montagna, sull’acqua, sulle infrastrutture turistiche, su tutto il bello che già c’è, in abbondanza.

Mi abbasso per legare la scarpa, i manifestanti avanzano e io mi ritrovo a fissare un uomo con la testa rasata che agita le braccia davanti a una vetrina. Tira un calcio. Il tabaccaio non la vuole tirare giù la saracinesca. “Manifestiamo anche per te, chiudi!” “Mica te l’ho chiesto io” “Comunque tu chiudi lo stesso, sennò domani te la ricompri questa” dice l’uomo, battendo un pugno sulla vetrina. Il tabaccaio chiude la porta, e mentre abbassa la saracinesca fissa l’uomo che ora gli sorride, alzando il braccio destro, teso. Al tabaccaio sale rabbia liquida agli occhi, perché a Torino quel saluto romano non lo aveva mai visto fare. Un saluto che suo padre disprezzava talmente da farsi fucilare, pur di non alzarlo, quel braccio. No, in quell’uomo proprio non mi ci riconosco, nella sua testa non ci so entrare.

Così come non so entrare nella testa di quello là con la cravatta. Come si chiama già? È l’assessore del PDL che non manca mai alle inaugurazioni, alle sagre. Un giornalista ha scoperto che alle cene non pagava mai, però si faceva dare la fattura e chiedeva il rimborso al partito. Ma questo non lo ha fermato, pensa che fare il furbo sia un vanto,non un delitto. E probabilmente la Procura finirà per dargli ragione. Insomma, ho camminato avanti e indietro per le piazze e i viali di Torino e mi sembra che in giro ci siano tante forchette che da tempo non hanno più nulla da infilzare, il problema è che in qualche modo bisogna pur mangiare, almeno a pranzo.

Qualche forcone c’è, ma la punta non si vede, ho il dubbio che me l’abbiano conficcata nei fianchi quella punta, da tanti di quegli anni.

Mariagrazia Nemour