martedì 7 Febbraio 2023

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COME L’AVARO DI MOLIÈRE

Dalla​​ posta del cuore di Alessandra Hropich

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Cerco una donna, alla tenera età di 68 anni, sono celibe e la vorrei non interessata al denaro ma al mio amore. Non sono avaro, sono economo e, alla donna ideale, offrirò un bel caffè al bar per iniziare il fidanzamento. Non offro il caffè a tutte, sennò andrei fallito. Offrirò persino una bibita alla donna del cuore che non trovo perché le donne sono poco di buono e perché vogliono solo i soldi, andare al bar, sedersi al ristorante, viaggiare. Una donna deve saper risparmiare e far quadrare i conti, ciò significa non buttare i soldi dalla finestra, prendere il caffè a casa e non al bar ti costa meno. Cucinare e mangiare a casa, si risparmia, viaggiare, fare vacanze, non serve. Io, ad esempio, non vado mai in vacanza, le ferie dal lavoro, le ho sempre fatte nel giardino di casa, sdraiato beatamente al sole sulla mia sedia comoda.
Così come bevo acqua dalla fontanella, perché mai arricchire i bar comprando bibite fresche o gelati? Non siamo nababbi!
Le donne invece vogliono buttare i soldi ma io, alla donna giusta, permetterò di spendere dei soldi solo se vedrò che lo sa fare.
Mi sento dunque inadatto a questa società materialista in cui conta solo il vile denaro.
Dimmi, Alessandra, se potrò mai trovare la donna ideale, dopotutto ne ho diritto.
Ciro da Nola



La donna “ideale” è nella tua fantasia. Mi ricordi un professore di liceo avaro ed in cerca perenne di una donna, era un voluminoso signore molto basso che metteva annunci su un giornale di incontri per conoscere le donne ma rimase sempre celibe.
Vidi un giorno, nello studio/casa del professore, tante formiche che camminavano sul tavolo ma lui, vedendomi infastidita, disse: “Le lasci andare per i fatti loro!”
Lo ricordo come un tipo menefreghista su tutto e sciatto.
Il professore del resto risparmiava sull’ igiene della casa, non aveva una donna ad ore pur potendoselo permettere, e le vacanze estive, le trascorreva ogni anno fuori una chiesa in città sulle lastre di marmo che rivestono la chiesa stessa, lui ci appoggiava la schiena per sentire il fresco, quello era il relax, il refrigerio ideale e la sua vacanza senza spostarsi da Roma.


Non offriva mai e poi mai un caffè a nessuno il tirchio professore, un giorno tuttavia invitò me, mia madre e mia sorella in un bar per una colazione completa (mi sembrò un miracolo) e, seduti al bar, il professore, che confidò di vedermi come un patrimonio dell’umanità, mi chiese poi di sposarlo; ho pensato spesso (ridendoci su) a quanto il tirchio e buffo soggetto potesse aver sofferto dopo per quella spesa per la colazione offerta a noi tre.


Mio nonno, un altro avaro, era l’epoca dei regali di nozze e lui era invitato ai matrimoni solo perché rappresentava il divertimento e le chiacchiere a valanghe.
Ad ogni pranzo di matrimonio, il nonno raccontava (con il suo spiccato accento napoletano) la stessa storia di sempre che iniziava così: “Io non ho regali oggi ma sono qui per vedere cosa manca agli sposi, guai a regalare un doppione, per essere originale, osservo cosa vi serve!”
E, come se non fosse già chiara l’intenzione di non regalare nulla, mio nonno aggiungeva anche: “Poi, è già la sposa un bellissimo regalo per lo sposo e viceversa. Il vostro amore è un regalo divino. Poi, i figli che arriveranno, saranno altri regali, sarete pieni di regali tutta la vita!”
I paroloni sulla magia del matrimonio e sul dono magico dell’ amore, servivano a mio nonno solo per incantare tutti e, il definire gli sposi come un regalo loro stessi, era in realtà una scusa per confondere le acque sulla sua (immaginaria) volontà di cercare, al più presto, il regalo migliore.


In realtà, mio nonno, che era benestante ma molto avaro, andava ai matrimoni solo per bere, ridere e guardare le donne che a lui piacevano, ed appena ne vedeva una alta e con forme generose, (essendo lui minuto e basso), iniziava ad inquietarsi spendendo parole di grande apprezzamento fino a sembrare un poeta.
Totò, con le sue smorfie, faceva ridere, ebbene, mio nonno napoletano anche lui, con la tipica mimica facciale partenopea, era generoso nel fare complimenti a donne molto in carne e con un seno o un sedere in bella mostra, a sentirlo, sembrava un super amante che avrebbe donato ad ogni donna il mondo, mentre non offriva mai nemmeno una rosa a nessuna.

Ma l’avarizia non coincide con la povertà.
Ciro, tornando a te, non sei povero mi sembra di capire, hai solo il desiderio di accumulare sempre e di non spendere nulla.
Arpagone, nella commedia “L’ Avaro di Molière” ama le monete più di ogni altra cosa al mondo.
Arpagone è ogni soggetto avaro che vive di troppe mancanze.

“ALLA POVERTÀ MANCANO MOLTE COSE, ALL’ AVARIZIA TUTTE!” P. Siro


Chi vuole porre domande su questioni sentimentali alla dottoressa Alessandra Hropich, può farlo anche indirizzando un messaggio privato al seguente link:
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COME L'AVARO DI MOLIÈRE

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