venerdì 9 Dicembre 2022

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CASELLE – Stefano Esposito: «Condannato a un anno, ma continuerò ad urlare la mia innocenza»

Una sentenza che, secondo Esposito, è solo il capitolo finale di un complotto mosso contro un uomo e padre onesto per metterlo fuori gioco, dal momento che le mie idee politiche e sindacali cozzavano con quelle di chi detiene il potere

CASELLE – Chi mastica di calcio sa che esiste una cosa che si chiama “punizione a due in area”. Non ha la pericolosità del calcio di rigore e nello stesso tempo è più micidiale di una normale punizione. Una sorta di via di mezzo tra una cosa e l’altra, che si fischia quando l’arbitro non sa bene che pesci pigliare e che alla fine finisce per scontentare tutti (a prescindere dall’esito).

Ecco, per Stefano Esposito la sentenza pronunciata nei suoi confronti venerdì scorso, ha quel sapore lì. Della punizione a due in area. Una condanna a un anno di reclusione (a fronte dei due anni e mezzo chiesti dall’accusa) e circa 20mila euro di danni alle parte lesa e per le spese legali (a fronte di una richiesta di 25mila euro). Insomma, poteva andare peggio no? «Certo, e dovrei ritenermi soddisfatto per l’esito. E lo sarei, se fossi colpevole. Ma sono innocente, e continuerò a urlarlo in ogni modo, anche plateale, finché non mi tapperanno la bocca».

Una sentenza “pilatesca”, la definisce Esposito: «Frutto del fatto che, da un lato, la mia innocenza è chiara, come è chiaro che non ci sono prove a mio carico ed è chiaro il fatto che questo procedimento penale è servito solo per dare la possibilità alla banca per cui lavoravo di licenziarmi mettendosi al riparo da eventuali azioni revocatorie, e la volontà, dall’altra, di non schierarsi contro la stessa banca e contro l’avvocato della controparte, un nome importante capace di fare aprire le porte della procura anche durante il lockdown».

Una sentenza, come già ribadito in tutte le salse da Esposito, che si basa su: «Accuse non provate, inventate, che nulla hanno a che fare con lo stato di diritto, nulla a che fare con la giustizia e nulla a che fare con il “popolo italiano” nel nome della quale è stata emessa. Solo il capitolo finale di un complotto mosso contro un uomo e padre onesto per metterlo fuori gioco, dal momento che le mie idee politiche e sindacali cozzavano con quelle di chi detiene il potere. Ho ammesso in passato di essere stato un idiota. Lo ribadisco e, anzi, ammetto di esserlo stato due volte presentandomi in tribunale per cercare di difendermi nel processo, e non dal processo».

Un passo che non ha più intenzione di fare: «Non metterò mai più piede in un tribunale: non è un luogo di giustizia, nel quale sulla bilancia vengono messe prove e controprove. Su quella bilancia viene messo il potere del potente di turno – prosegue – Pertanto, chi ha alimentato tutto questo sappia che non avrà mai i miei soldi. Non solo perché ormai mi hanno ridotto in povertà, ma anche perché, se anche in futuro dovessi trovarli, preferirei bruciarli davanti ai loro occhi piuttosto che consegnarli. E lo stesso vale per l’unico bene materiale che mi è rimasto. Da questo momento per la legge sono un criminale, e da criminale agirò».

© Riproduzione riservata

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