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Quirinale 2022, Mattarella presidente: arbitro al servizio delle istituzioni

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Quirinale 2022, Mattarella presidente: arbitro al servizio delle istituzioni31 gennaio 2015-29 gennaio 2022. A quarantotto ore dallo scoccare del settimo anniversario della prima elezione, dopo aver chiuso gli scatoloni al Quirinale, avviato il trasloco immortalato dai fotografi nella sua nuova residenza romana nel quartiere Pinciano, Sergio Mattarella riceve dal Parlamento l’investitura per il secondo mandato che, prima di lui, aveva già sperimentato Giorgio Napolitano nel 2013.

Sette, come gli anni trascorsi al Colle e sette come quelli che lo attendono all’alba del nuovo mandato, è del resto un numero che ricorre nella carriera politica di Mattarella. Sette infatti sono state le legislature collezionate a partire dal luglio 1983 fino all’aprile del 2008, prima nella Dc e nel Ppi, in seguito nella Margherita e infine nel gruppo del Pd.

Nato a Palermo il 23 luglio 1941, vedovo di Marisa Chiazzese, deceduta nel marzo 2012, è padre di tre figli (Laura, Bernardo Giorgio e Francesco) e nonno di sei nipoti. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti e la lode nel 1964 all’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi sulla “Funzione di indirizzo politico”, si dedica all’attività forense e all’insegnamento di Diritto parlamentare all’Università di Palermo.

È soprattutto a partire dal 1980, dopo l’assassinio del fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia, caduto sotto i colpi della mafia, che intensifica il suo impegno politico, nella Dc e in particolar modo nella corrente morotea, e nel 1983, viene eletto per la prima volta alla Camera, nella circoscrizione Sicilia occidentale con 119.969 preferenze.

Ministro dei Rapporti con il Parlamento dall’87 all’89, dell’Istruzione dall’89 al 90, quando si dimette insieme a altri ministri della sinistra democristiana che facevano parte del Governo Andreotti, contestando i contenuti del disegno di legge Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo.

Artefice del cosiddetto ‘Mattarellum’, la legge che prevede un 75 per cento di collegi uninominali e un 25 per cento di proporzionale, dopo il referendum Segni del 1993, Mattarella torna al Governo nel 1998 come vicepresidente del Consiglio nel primo Esecutivo guidato da Massimo D’Alema, poi come ministro della Difesa nei due successivi a guida D’Alema e Amato. Tra i provvedimenti di quel periodo l’abolizione della leva obbligatoria e quello che rende l’Arma dei Carabinieri una Forza armata autonoma.

Nel 2008 decide di non ricandidarsi in Parlamento che lo elegge nel 2009 componente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa e nell’ottobre 2011 giudice Costituzionale. Quindi Il 31 gennaio del 2015 l’elezione alla Presidenza della Repubblica.

“L’arbitro deve essere -e sarà- imparziale”, afferma nel discorso di insediamento, perchè, come spiegherà nel messaggio di fine anno del dicembre scorso, “ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione”, avverte “due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno”.

“E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che –esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato- deve trasmettere integri al suo successore”.

Anche per questo, ricordando la figura dei suoi predecessori in occasione di varie ricorrenze, evidenzia l’esistenza di un filo rosso che lega i vari settennati, rendendoli, pur con le loro peculiarità, parte di un unico percorso coerente con i dettami della Carta costituzionale, nel mutare del contesto storico e delle contingenze politiche, sociali ed economiche, interne ed internazionali.

È “la cassetta degli attrezzi contenuta nella nostra Costituzione”, a guidare Mattarella nella soluzione delle quattro crisi di Governo che si trova ad affrontare, evitando lo scioglimento anticipato delle Camere. E nelle scelte compiute per arginare la bufera che investe la magistratura e il Csm.

Sono i pilastri della politica estera italiana, rappresentati da Onu, Nato e Ue, ad ispirare il suo impegno per difendere e rafforzare l’integrazione europea; per ribadire la fedeltà del nostro Paese alle tradizionali alleanze occidentali; per insistere sul multilateralismo come unica risposta per affrontare difficoltà e tensioni che attraversano il pianeta.

A partire da quella pandemia che sin dal 21 febbraio 2020, quando a Vo’ Euganeo e a Codogno si materializzarono i primi casi di contagio e di morte nel nostro Paese, vede il Capo dello Stato diventare il costante punto di riferimento per cittadini e istituzioni, invitandoli ad affrontare con “senso di responsabilità e unità di impegno”, un virus “che tende a dividerci” e che proprio per questo rappresenta “il vero nemico di tutti e di ciascuno”.

“Ci siamo rialzati”, rivendica il Presidente della Repubblica sempre nell’ultimo messaggio di fine anno, perchè “soprattutto nei momenti di grave difficoltà nazionale emerge l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione del Paese, a sentirsi partecipe del medesimo destino”.

Il nostro Paese, infatti, esprime, “nella gran parte del suo tessuto sociale, un senso di comunità che è prezioso”, come testimoniato da quei cittadini premiati da Mattarella con l’Onorificenza al merito della Repubblica italiana per gesti quotidiani che li rendono esempi di impegno civile.

Anche per questo l’Italia “dispone degli anticorpi necessari per contenere e respingere il contagio di ideologie e posizioni aberranti, condannate e superate dalla storia”, ma “come recenti episodi di cronaca attestano, mai deve essere abbassata la guardia”.

Così l’omaggio al mausoleo delle Fosse Ardeatine poche ore dopo l’elezione a Capo dello Stato; il ricordo nel discorso di insediamento di Stefano Taché, “un nostro bambino, un bambino italiano, rimasto ucciso” a soli due anni “nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell’ottobre del 1982”; la nomina a senatrice a vita di Liliana Segre, sopravvissuta alla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz, nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali; rappresentano momenti dal’alto valore simbolico, ma anche la testimonianza tangibile della volontà di percorrere un cammino volto ad interiorizzare “le lezioni della storia” per costruire “un progetto per l’avvenire”.

Quelle stesse lezioni a cui guardare ad esempio per affrontare “il fenomeno migratorio” che “deve essere governato a vantaggio di tutti. Diversamente ne saranno travolti, insieme, le ragioni dell’umanità e gli ordinamenti statali. All’Europa conviene occuparsene per governare questo problema e non trovarselo tra qualche anno ingovernabile definitivamente”.

Una delle tante questioni sulle quali emerge la sintonia che caratterizza il rapporto con Papa Francesco. Entrambi si ritrovano concordi nel denunciare la trasformazione del mar Mediterraneo “da culla di civiltà in un baratro che divora uomini, donne e bambini, insieme alle loro speranze, alle loro aspirazioni, ai loro sogni”, in “un freddo cimitero senza lapidi”.

E il Pontefice, in quella che doveva essere la visita di commiato, ringrazia Mattarella per la “testimonianza”, ricordando che da “tutti coloro che hanno responsabilità in campo politico e amministrativo ci si attende un paziente e umile lavoro per il bene comune, che cerchi di rafforzare i legami tra la gente e le Istituzioni, perché da questa tenace tessitura e da questo impegno corale si sviluppa la vera democrazia”.

Indicazioni di cui Mattarella ha sicuramente tenuto conto, accettando l’invito a continuare il suo mandato, nonostante nell’ultimo anno avesse più volte manifestato la contrarietà alla rielezione, per motivi costituzionali prima ancora che personali. Ma stavolta, forse, i giocatori non lo hanno aiutato, come aveva auspicato nel discorso di insediamento.

© Riproduzione riservata

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