martedì 26 Ottobre 2021
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CANAVESE – Confindustria Canavese e le aziende chiedono al Governo un sostegno per la ripresa

“Servono più liquidità e fiducia”

CANAVESE – Confindustria Canavese giudica in parte insufficienti i provvedimenti del Governo che dovrebbero aiutare le imprese a ripartire ed esprime amarezza per l’avvio di ispezioni e controlli che sembrano attestare una mancanza di fiducia nella capacità e volontà delle aziende di preservare la salute dei lavoratori.

“A partire dal mese di febbraio – dichiara Confindustria Canavese – siamo stati travolti da un evento drammatico e inaspettato che ha richiesto che venissero apportati drastici cambiamenti (estremamente difficili da affrontare e da gestire) sia nelle nostre vite sia nelle nostre imprese.

La diffusione del virus ha portato al blocco di quasi tutte le attività produttive per quasi due mesi, la nostra economia ha subito un rallentamento senza precedenti e le ricadute di tale arresto potrebbero essere estremamente pesanti. Da circa un paio di settimane l’attività è ripresa, però nessuna delle nostre aziende lavora a pieno ritmo, al massimo al 50-70% delle sue capacità produttive: ciò è dovuto a molteplici fattori ma principalmente al fatto che scarseggiano gli ordini. La ripresa non vale poi per il settore turistico-ricettivo, uno dei più danneggiati anche in Canavese, che resta immobile come in piena emergenza.

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In questi mesi il dialogo di Confindustria nazionale con il Governo è stato serrato e, con l’evolversi della situazione, Confindustria ha man mano definito e trasmesso al Governo molteplici documenti contenenti proposte che avevano principalmente l’obiettivo di salvare le imprese italiane. Sono stati emanati i Decreti Cura Italia, il Decreto Liquidità e il Decreto Rilancio, tutti provvedimenti certamente importanti per la salute delle imprese ma insufficienti rispetto all’effetto pesantissimo che la pandemia sta provocando sul tessuto economico del nostro Paese.

Il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (cd. Decreto Rilancio) ha l’obiettivo, più volte ribadito dal Governo, di contribuire ad attutire l’impatto economico-sociale dell’emergenza in atto, nonché di preparare e sostenere la ripresa e il rilancio dell’economia italiana.

Si tratta di un provvedimento con una “potenza di fuoco” in astratto significativa, pari a quella di due leggi di bilancio considerate insieme. Infatti, anche per effetto dell’autorizzazione al ricorso all’indebitamento, approvata dal Parlamento, e della complessiva rivisitazione della disciplina europea in materia di aiuti di Stato, il Decreto Rilancio è composto da più di 260 articoli e stanzia 55 miliardi in termini di indebitamento netto e 155 in termini di saldo netto da finanziare.

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Vengono rafforzati alcuni interventi già avviati in precedenza (es. ammortizzatori sociali, differimento delle scadenze fiscali) e, al contempo, introdotte nuove misure a sostegno delle imprese: tra le più significative, lo stralcio dell’IRAP dovuta per il saldo del 2019 e per la prima rata di acconto 2020; il pagamento dei debiti della PA per 12 miliardi; il rifinanziamento delle misure di garanzia del DL Liquidità; il sostegno alla capitalizzazione delle imprese e il potenziamento degli interventi (cd. ecobonus) volti a incrementare l’efficienza energetica degli edifici e a ridurre il rischio sismico, oltre a una serie di misure a sostegno delle spese straordinarie necessarie a garantire lo svolgimento delle attività produttive e commerciali in massima sicurezza, nonché ad alcune misure di carattere settoriale.

Tuttavia, se valutato alla luce della necessità di stimolare gli investimenti, dei quali il nostro CSC stima una caduta senza precedenti (-15,5%), aggravata dallo stock di invenduto e dal crollo dei fatturati, nonché di rilanciare la domanda interna, il Decreto non sembra in grado di produrre un impatto determinante. Infatti, manca un disegno complessivo volto a stimolare nuova domanda privata e anche pubblica, nel rispetto di un vincolo del debito più che mai pressante. Non vi è traccia di strategie per rendere attuale la domanda “latente” di consumi e investimenti.

In altre parole, e contrariamente al “nome” scelto per comunicarlo, il Decreto non delinea una reale e ben definita strategia di rilancio dell’economia del Paese.

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E ciò è dovuto, principalmente, all’eccessiva frammentazione delle misure, alcune delle quali aventi obiettivi comuni, che occupano 260 pagine della Gazzetta Ufficiale e finiscono per parcellizzare le pur cospicue risorse su un elenco troppo vasto, e a tratti confuso, di capitoli di intervento.

Inoltre, come per tanti altri provvedimenti analoghi, molte delle misure adottate non saranno immediatamente “disponibili”, in quanto la loro efficacia è subordinata a una laboriosa attività di implementazione, che passerà per circa 90 decreti attuativi, necessari a definirne l’operatività.

La non celere adozione di questi provvedimenti potrà ritardare l’accesso a misure qualificanti. Ritardo che, peraltro, sarà favorito dall’eccessiva frammentazione già richiamata, anche per l’assenza di modalità chiare e semplificate per l’accesso agli interventi di sostegno.

Inoltre, nonostante l’intervento sull’IRAP, che ha però natura temporanea, restano molti i possibili interventi da adottare sul piano fiscale nell’ottica di favorire il rilancio delle attività economiche.

Su questo capitolo, come su quello del sostegno agli investimenti, dove era atteso il rilancio complessivo di Industria 4.0, o alla domanda interna, dove era atteso un intervento per la filiera automotive, si è evidentemente scelto di rinviare la definizione di una compiuta strategia alla prossima Legge di bilancio. Questa opzione presenta però il rischio di intervenire, tardivamente, su una situazione economica e sociale che già oggi è fortemente compromessa.

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Con particolare riguardo al Piano Transizione 4.0, l’intervento è stato limitato al rafforzamento del credito d’imposta R&S nelle regioni del sud e alle start up, mentre sarebbe importante rafforzare tutto il Piano e offrire, quantomeno, una prospettiva di continuità.

Confindustria ha firmato il Protocollo per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che ha consentito una ripartenza delle attività nel pieno rispetto della salute dei lavoratori e delle loro famiglie. Perché la ripartenza potesse avvenire rapidamente e in piena sicurezza le aziende hanno fatto investimenti, hanno realizzato nuovi sistemi di accesso alle proprie sedi, hanno acquistato strumenti per la rilevazione della temperatura, prodotti per la sanificazione e dispositivi per la protezione individuale. Le aziende, inoltre, hanno apportato modifiche agli spazi interni per permettere il distanziamento, talvolta hanno dovuto variare l’organizzazione del lavoro, dei turni, degli orari e rinunciare a viaggi e ad attività commerciali fondamentali per mantenere viva la capacità di vendita aziendale e il rapporto con clienti e fornitori.

In buona sintesi: le aziende hanno perso fatturato, perso ordini, perso clienti, in molti casi hanno dovuto anticipare i soldi della cassa integrazione e, per contro, sono state costrette a fare investimenti e a sostenere costi improvvisi e inattesi.

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Abbiamo chiesto al Governo liquidità immediata, fondamentale per aiutare le imprese a ripartire. Ma la liquidità non è arrivata, almeno non nella quantità né nelle modalità necessarie per aiutare veramente le imprese a ripartire. Manca soprattutto una liquidità fatta di contributi a fondo perduto, ingredienti essenziali per superare la crisi. I pochissimi bandi lanciati sono inadeguati ai reali fabbisogni delle imprese: per comprendere appieno questa problematica è emblematico l’esempio del bando Invitalia “Impresa Sicura” lanciato per richiedere il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto di DPI, il cui fondo da 50 milioni di euro si è esaurito in una manciata di secondi dopo l’apertura dello sportello (il bando era organizzato con la prenotazione delle risorse tramite click day).

Anche le risorse stanziate dal governo per l’erogazione di finanziamenti bancari tramite Sace e Fondo di garanzia per le Pmi rischiano di risultare insufficienti per coprire tutte le potenziali richieste di finanziamenti e, inoltre, bisogna sottolineare il fatto che questa modalità di intervento fa leva sull’indebitamento delle imprese, con il rischio di appesantirne la struttura finanziaria.

In tutto questo tumulto sono partite le attività ispettive per la verifica del rispetto delle normative per la sicurezza. E’ certamente positivo il fatto che si voglia controllare che il protocollo venga rispettato, ma non deve esserci un clima di avversione alle imprese perché gli imprenditori non sono dei criminali indifferenti alla salute dei propri collaboratori. Questo è assolutamente sbagliato: le nostre aziende hanno a cuore le proprie risorse umane. Il capitale umano costituisce la forza dell’azienda, è ciò che rende unica un’impresa, un elemento di primaria importanza che nessuna azienda si permetterebbe mai di esporre a rischi o pericoli. Noi vogliamo riprendere le nostre attività e lo vogliamo fare in piena sicurezza e la prova del nostro impegno è data dagli esiti delle ispezioni fatte fino a ora in Canavese: tutto è risultato regolare, non sono stati registrati casi gravi di malattia né alcun decesso. Auspichiamo che queste verifiche abbiano una forma e una funzione di collaborazione e cioè che vengano attuate non tanto con l’obiettivo di sanzionare eventuali trasgressori, ma con lo scopo di aiutare gli imprenditori ad applicare al meglio il Protocollo condiviso.”

“Le aziende si stanno impegnando al massimo per adattarsi a una situazione nuova e prima inimmaginabile e per fare in modo che questo periodo possa presto diventare soltanto un brutto e lontano ricordo – dichiara Patrizia Paglia, presidente di Confindustria Canavese. – Alcune imprese si sono reinventate, altre hanno fatto delle vere e proprie rivoluzioni organizzative per non rischiare di trovarsi nella condizione di chiudere o di ridurre drasticamente la propria attività. Insomma, il mondo delle imprese sta dimostrando di fare la sua parte. Ma da solo non può vincere questa battaglia. Le imprese nel loro insieme sono il motore di sviluppo del Paese, se il motore si guasta si rischia lo sfacelo. Questo è il motivo per cui chiediamo al nostro Governo un maggiore sforzo per riavviare il motore della macchina sociale ed economica dell’Italia a permetterle di rimettersi in marcia a pieno ritmo. Un sacrificio che credo valga assolutamente la pena fare”.

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