martedì 27 Ottobre 2020

Brexit, Regno Unito al voto: Johnson in vantaggio 

di Marco Liconti- Regno Unito al voto dalle 7 alle 22 (8-23 ora italiana) per decidere la Brexit, il futuro del Paese e anche quello dell’Unione Europea. Un voto che cade nel mese di dicembre, evento abbastanza raro che non accadeva dal 1923. Più che sui sondaggi, gli occhi sono puntati sulle previsioni meteo: ci sarà per lo più pioggia e, in alcune zone della Scozia anche neve. E’ un dato importante ai fini dell’affluenza ai seggi, che potrebbe spostare gli equilibri nei collegi in bilico, determinanti per il risultato finale.

Stando alla media dei sondaggi degli ultimi giorni, i Tories di Boris Johnson mantengono un vantaggio di 10 circa punti sui Laburisti di Jeremy Corbyn. Si tratta esattamente dello stesso margine fotografato all’inizio della campagna elettorale. Questo non significa che nelle ultime settimane non si sia mosso nulla, anzi, Sia i Conservatori che il Labour, hanno guadagnato 5 punti percentuali. I primi a discapito del Brexit Party di Nigel Farage, i secondi ai danni del Liberal democratici di Jo Swinson, che all’inizio della campagna si erano proposti come argine più credibile ai Tories e alla Brexit.

Sulla vittoria di Johnson, sono pochi gli osservatori che sembrano avere dubbi. Il punto non è tanto il risultato finale, quanto il margine – i seggi – che i Conservatori otterranno ieri. Con un sistema uninominale maggioritario, fare i conti in anticipo è difficile. Secondo le previsioni, i Tories potrebbero ottenere fino a 339 seggi, ma non c’è certezza che possano superare la fatidica soglia dei 326 seggi, necessaria per la maggioranza assoluta.

L’autosufficienza parlamentare è fondamentale per Johnson, se vuole sperare di realizzare il suo mantra elettorale “get the Brexit done”, secondo i termini dell’accordo rinegoziato con Bruxelles. E senza sottostare agli altolà dei precedenti alleati di coalizione, i nordirlandesi del Democratic Unionist Party, in linea di principio contrari alla soluzione raggiunta con la Ue per la questione del confine tra le due Irlande. Proprio l’assenza di una solida maggioranza parlamentare, ereditata da Theresa May, alla quale si è aggiunta la defezione di una ventina di deputati conservatori ribelli anti Brexit, hanno spinto Johnson a chiedere il voto anticipato.

Se Johnson, che in campagna elettorale ha puntato tutto sulla Brexit, otterrà una maggioranza in grado di consentirgli tranquilli margini di manovra, l’uscita dalla Ue procederà speditamente. Il Withdrawal Agreement, la legislazione per il distacco da Bruxelles, potrebbe essere approvata entro la fine dell’anno, o al massimo entro metà gennaio. Con la ratifica del Parlamento europeo, il trattato di ‘divorzio’ consentirebbe a Londra di rispettare la scadenza del 31 gennaio.

Subito dopo, partirebbero le trattative per negoziare il nuovo accordo commerciale tra Regno Unito e Ue, tenendo a mente che il periodo di transizione – nel quale tutto rimarrà come è adesso – scadrà il 31 gennaio del 2021. Di fronte all’obiettivo principale, la Brexit, poco spazio hanno avuto gli altri impegni elettorali dei Tories. Dall’aumento dei finanziamenti per il Servizio sanitario nazionale, ad una serie di esenzioni per i redditi più bassi, all’assunzione di 20mila nuovi poliziotti.

Lo scenario sarebbe ben diverso in caso di – improbabile – vittoria laburista. Corbyn ha promesso di chiedere una proroga dell’Articolo 50 (un rinvio della Brexit) e che entro tre mesi dal suo insediamento a Downing Street negozierebbe un nuovo accordo con la Ue, che a differenza di quello voluto da Johnson prevederebbe legami più stretti tra Londra e Bruxelles. Una volta chiuso, entro sei mesi il nuovo accordo per la Brexit verrebbe sottoposto al giudizio popolare, con un nuovo referendum, nel quale la scelta sarebbe tra i termini del nuovo trattato e il Remain, la permanenza nella Ue. Il Labour sceglierebbe quale opzione scegliere, in un congresso ad hoc, organizzato prima del referendum.

Sul fronte interno, il programma del Labour è uno dei più a sinistra degli ultimi decenni. Corbyn ha promesso che nei primi 100 giorni di governo avvierebbe la rinazionalizzazione di alcuni settori chiave, dall’acqua, al gas, ai servizi di banda larga. Previsti inoltre aumenti delle tasse per i redditi più alti (la soglia è quella delle 125mila sterline), aumento del carico fiscale per le aziende petrolifere, aumenti di spesa per la Sanità e il welfare e l’introduzione dell’equo canone per circa 11 milioni di persone che attualmente vivono in affitto.

Due programmi totalmente contrapposti, quelli di Tories e Labour, che potrebbero uscire più sfumati dalle urne, se entrambi i partiti non riuscissero ad ottenere una chiara maggioranza. Il gioco delle alleanze, più facile per i Laburisti che per i Conservatori, porterebbe inevitabilmente i due partiti ad annacquare le loro proposte, col rischio forse di un nuovo stallo parlamentare, come quello al quale abbiamo assistito negli ultimi anni.

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