venerdì 7 Maggio 2021

IVREA – Cobas Comdata: “L’ azienda intende chiudere il back office a Ivrea”

La chiusura è prevista per il prossimo 31 marzo; l'azienda punta sul front end

IVREA – Chiudere il back office di Comdata a Ivrea. È la decisione assunta dall’azienda, e comunicata dai Cobas Comdata, tramite una nota sindacale.

Nel comunicato si legge che durante “l’incontro del 10 gennaio 2017 tra Azienda, segreterie territoriali e Rsu, l’Azienda ha comunicato la volontà di cessare totalmente le attività di Back office sulla sede di Ivrea in quanto non sono più sufficientemente produttive e redditizie e perché i lavoratori ad esse addetti rappresentano spesso “sacche di inefficienza”, citazione letterale dell’espressione utilizzata.


Dal progetto in corso di cessazione di queste attività deriverebbe la decisione aziendale di colloquiare nell’arco delle prossime settimane tutti i lavoratori ivi impiegati, circa un centinaio, per proporre loro o il ricollocamento su altre attività di front end oppure una buona uscita in denaro a fronte di un licenziamento.
La chiusura totale dei reparti di back office per rendere Ivrea una sede improntata unicamente su attività di front end dovrebbe cominciare con la chiusura del Back office Telecom entro il prossimo 31 marzo
Con i colloqui l’Azienda ha dichiarato di puntare a ridurre complessivamente il numero dei lavoratori della sede di Ivrea di 40 unità. Attraverso questa riduzione gli esponenti aziendali hanno affermato di ritenere che farebbero opera di efficientamento sulla sede.. una sede composta da circa 1000 lavoratori!
È stato comunicato che verranno prese in considerazione le disponibilità di fuori uscita incentivata che eventualmente provenissero da lavoratori di altri reparti.

Decidere di togliere il back office da una sede significa:
1. oggi voler espellere coloro che hanno prescrizioni mediche di esenzione alla cuffia;
2. domani creare un problema di occupazione a chi dovesse avere problemi di salute, anche solo temporanei;
3. peggiorare ulteriormente le condizioni lavorative di tutti, poiché sparirebbe ogni possibilità di ruotare o comunque modificare la propria attività di risposta front end, indiscutibilmente e notoriamente più stressante rispetto a quella di back office.

È una decisione per noi infondata e inaccettabile.” Dichiarano i Cobas Comdata nel comunicato. E proseguono spiegando:
“Infondata perché anche le attività di front end, esattamente come tutte le altre, hanno un costo minore se portate all’estero, come dimostrano altre esternalizzazioni effettuate nel nostro settore;
Inaccettabile perché penalizzare in qualsiasi forma e grado persone, ancor prima che lavoratori, per ragioni di salute (o di razza, o di religione, o di sesso, ecc., ecc.) è pratica anticostituzionale e quindi illegale!

Questo atteggiamento datoriale è figlio, a parer nostro, del contesto economico e normativo degli ultimi anni che ha consentito alle aziende una indisturbata ricerca del profitto portando alla drammaticamente diffusa accettazione della non responsabilità sociale delle aziende stesse.
Almaviva, col pretesto che il lavoro all’estero costa meno, in un settore come il nostro in cui le attività lavorative possono essere trasferite da una sede all’altra semplicemente deviandole a livello informatico, ha messo di fatto sotto ricatto i lavoratori dei call center italiani costretti a scegliere tra perdere il posto di lavoro o accettare tagli ai diritti e/o al salario. E ravvisiamo in questa vicenda foschi presagi per il futuro di tutti.
Comdata sceglie, tra molte strade disponibili, di far pagare ai lavoratori la volontà di avere profitti maggiori e stabilendo di eliminare totalmente il back office Comdata, a nostro giudizio, ha deciso semplicemente e brutalmente di non volere più determinati lavoratori e li colpisce in modo vessatorio e discriminatorio provando a costringerli a scegliere tra perdere il posto di lavoro o rinunciare alla  propria salute.
La colpevole assenza di qualsivoglia politica contro questi ricatti datoriali, sta dotando sempre più le aziende della sfacciata arroganza necessaria a dichiarare al sindacato esplicitamente e spavaldamente l’intenzione di colpire le “sacche di inefficienza”.
Ci è stato riportato da alcuni colleghi sottoposti a questi colloqui che le modalità sono in alcuni casi decisamente spiacevoli. L’intento evidente è far sentire sgraditi e spingere alle dimissioni volontarie coloro che l’Azienda non desidera più perché hanno prescrizioni sia parziali sia totali.
Sebbene situazioni di questo tipo generino comprensibilmente ansia e tensione, invitiamo coloro che verranno colloquiati a mantenere la calma, a non prendere decisioni affrettate magari dettate dalla paura che si vorrebbe suscitare in loro, a farsi accompagnare da un Rsu che goda della loro fiducia e a considerarci a disposizione per fornire qualsiasi informazione e supporto.
Per poter eventualmente licenziare coloro che hanno prescrizioni totali occorrerà prima che l’Azienda abbia davvero spostato altrove tutto il back office, che abbia sottoposto a nuova visita medica le persone con esenzione e che da questa visita emerga una diagnosi di totale inidoneità a svolgere qualsiasi mansione restante in azienda, referto che naturalmente può essere impugnato presso l’ASL.
Se l’intento è chiaro, altrettanto chiara deve essere la consapevolezza che ci sono gli strumenti per opporsi a questa deriva arrogante e irrispettosa nei confronti delle persone che hanno problemi di salute.
Chi ha progetti di vita altri rispetto alla permanenza in Comdata valuterà se la buona uscita offerta sarà utile a prendere la decisione di dare le dimissioni.
Per tutti coloro che invece desiderano proseguire il rapporto di lavoro attuale deve esserci la certezza che nonostante le pressioni in essere non vi siano ad oggi le condizioni per licenziare le persone con esenzioni.
L’eventuale apertura di procedura di mobilità per esuberi dovrebbe seguire precise regole e adottare criteri di individuazione di detti esuberi che coinvolgano tutti gli operatori telefonici di Ivrea e che non potrebbero basarsi sul fatto di avere o meno una prescrizione medica, bensì su di una graduatoria di nominativi stilata tenendo conto di criteri oggettivi secondo quanto previsto dalle normative vigenti.

In qualunque caso differente si tratterebbe di licenziamento discriminatorio e come tale legalmente impugnabile.” E concludono:
“Prima di arrivare a quella situazione e a una eventuale azione legale, ci saranno anche le strade sindacali, la nostra ferma opposizione e la inevitabile presa di posizione da parte di tutti i lavoratori per arginare progetti di tale irricevibile portata.”

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