domenica 27 Settembre 2020

MONTALTO DORA – Deceduta Anita Baldioli, staffetta partigiana

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MONTALTO DORA – Nella notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 marzo è deceduta Anita Baldioli, che fu staffetta partigiana.

A dare con dolore la notizia è l’Anpi Ivrea e Basso Canavese.

Giovanissima, Anita Baldioli, partecipò alla Resistenza con profonda convinzione, nata dall’antifascismo di tutta la sua famiglia.

La sua casa di Montalto era la base ed il rifugio sicuro per tutti i Partigiani.

Sposo Liano Brunero, Partigiano “Ivan”, che combatté come lei nelle Brigate Garibaldi, e fu in seguito Presidente dell’Anpi a Montalto. Anita e Liano spesero l’intera loro vita nella missione di trasmettere i valori della Resistenza. Per primo se n’è andato Liano, lasciandola nel ricordo dolce dei tanti anni trascorsi insieme.

“Ora l’ha raggiunto nel cielo degli Eroi che fecero la Resistenza – affermano dall’Anpi, ricordandola – sempre attiva, impegnata nell’Anpi, con i suoi modi garbati, il volto sorridente come nei suoi anni di ragazza, pronta a raccontare i fatti di allora…Ci mancherà molto.”

Il Rosario verrà recitato domani, venerdì 25 marzo, alle ore 20, nella Chiesa di Montalto. Il funerale avrà luogo sabato 26, alle ore 10, in Chiesa. Qui verrà salutata con le bandiere, i foulard, le canzoni che tanto amava.

L’intera Presidenza dell’Anpi, con il suo Direttivo e tutti gli Iscritti, si stringe in un abbraccio alla famiglia

Pubblichiamo qui di seguito lo stralcio di una memoria che Anita portò nell’occasione di un incontro con gli studenti.

In  memoria della staffetta Anita Baldioli

Una sua testimonianza preceduta da un’intervista concessa nel 2004 ad alcuni studenti del liceo Gramsci di Ivrea e pubblicato (a cura dell’Anpi di Ivrea) in A scuola di Resistenza (2004).

Nata a Omegna (NO) il 28 settembre 1926. Attualmente vive a Montalto Dora, dove risiede da quando era bambina. Anni (ora) 76. Anni (allora) 17. Nome da partigiana. Nessuno. A quale area politica apparteneva? Nessuna. Brigata o formazione di appartenenza. VIIª  Garibaldi, 183ª  Brigata. Quante erano le formazioni partigiane e che cosa le differenziava? Come ha detto mio marito [Liano Brunero], nel Canavese c’erano tre formazioni partigiane. Erano la «GL», la «Matteotti» e la «Garibaldi». Le differenze erano poche e riguardavano sfumature di tipo politico, ma allora non avevano alcuna importanza perché lottavamo tutti per la stessa cosa.  Ruolo o mansione nella Brigata (o modo di partecipazione nella lotta di Resistenza). Facevo la staffetta. Zona o zone in cui ha operato. Ho operato nella zona di Ivrea e del Canavese. Operazioni nelle quali ha preso parte. Nessuna, perché il compito della staffetta era quello di portare i messaggi ai rifugi dei partigiani, eludendo il controllo dei posti di blocco fascisti. Io, inoltre, avevo una casa, quella dei miei genitori, che veniva considerata come base per i partigiani che scendevano dai monti e avevano bisogno di ristoro e di  cure. Motivo della scelta partigiana. Non sono andata a fare la partigiana, ma ho dato il mio contributo lo stesso, anche se sono una donna. E questo l’ho fatto per difendere i valori della vita, perché i miei genitori lottavano, i miei amici e i miei parenti, le mie amiche lottavano con me per uno scopo comune: la libertà. Che cosa significava per Lei rischiare la vita? E quei rischi Le hanno insegnato qualcosa nella vita? Avevo molta paura. Ma nonostante questo a volte ho rischiato grosso. Sono stata messa al muro e lì ho sentito che  la fine era vicina. Ma sono ancora qui. E sono libera. E liberi sono i miei figli. Quindi so che il mio sacrificio è stato importante. I genitori o altri l’hanno influenzato nella scelta partigiana? No. Che cosa ha rappresentato l’8 settembre 1943? L’inizio della guerra partigiana. Ha lottato per la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. È soddisfatta dell’attuale Libertà? Non sono affatto soddisfatta del mondo di oggi. Sembra che il sacrificio di tante persone non sia servito a nulla. Ci troviamo di fronte a gesti simili a quelli dei nazisti. C’è intolleranza razziale. A volte ho paura che tutto possa ritornare. Ancora di più mi fa paura l’atteggiamento indifferente della gente nei confronti degli eventi. Abbiamo una democrazia apparente e una libertà che con il tempo nessuno sa più apprezzare e difendere. E facciamo confusione tra libertà e anarchia.

Testimonianza: 14 marzo 1945

C’è una cosa che ricordo molto bene, anche se non con gioia, nonostante allora avessi solo 18 anni.

Era una mattina di primavera e si sentivano degli spari che risuonavano nel mio paese, Montalto Dora. Arrivavano battaglia che si stava combattendo nella zona tra Baio Dora, Calea e Anburi, zona ai piedi della Cavallaria, ove c’era una cava di pirite che ospitava nel suo interno il comando della 183ª Garibaldi.

In quel momento stavo rientrando a casa con mia madre, quando incontrammo il comandante di zona, Giono Ezio (nome di battaglia «Leo») che mi chiese di andare a Baio per avere notizie precise di come stavano i ragazzi, se c’erano feriti. Soprattutto era necessario sapere in quale zona si erano diretti per poter portare loro i soccorsi. Non esitai neppure un istante e mi avviai verso Baio Dora. Entrando in quella piazzetta, ebbi la strana sensazione di essere arrivata in un luogo disabitato. C’era un silenzio tombale. Tutte le imposte erano chiuse. Mi guardai attorno per vedere se spuntava qualche abitante. All’improvviso sentii una voce roca che mi diceva di scappare, perché stavano arrivando i militari fascisti.

Cosa fare? D’istinto buttai la bicicletta sotto un portone, salii di corsa la scala di casa Ferrera con il terrore che mi stava alle spalle. Appena entrai in casa cominciarono a sparare alla finestra. Avevano visto la bicicletta che prima non c’era e si misero a urlare: «Fuori il proprietario della bicicletta!». Io ero terrorizzata e non sapevo cosa fare. Se non uscivo io, sarebbero entrati loro ed era un pericolo per tutti. Soprattutto per Remo, il figlio più giovane di quella famiglia. Devo precisare, per la cronaca, che Remo era in preda a una crisi, perché pensava che fosse morto suo fratello Antonio, che stava combattendo in montagna.

La situazione era drammatica. La mamma e la sorella (Liole) tenevano fermo Remo perché era intenzionato ad uscire allo scoperto armato di fucile. Era in preda alla follia e se l’avesse fatto lo avrebbero ucciso all’istante.

Di fronte a tutto ciò decisi di uscire e di dichiararmi la proprietaria della bicicletta. Appena fuori, venni sbattuta contro il muro da un militare che aveva una fotografia tra le mani. Mi guardò in faccia, guardò il ritratto e disse ad alta voce: «È lei quella del comando?». Mi disse che avevano preso il comando e che quella che aveva in mano era la mia fotografia. Poi abbassò lo sguardo e vedendo  le mie scarpe, aggiunse in dialetto veneto: «Varda ciò, che bele scarpe. Queste le prendo per mia morosa!».

Proprio in quell’istante si avvicinò un tenente, il quale guardando la foto, esclamò in direzione del militare: «Stupido! Non lo vedi che non è lei?». Si rivolse quindi a me chiedendomi se ero lì per portare messaggi ai partigiani. Per fortuna, nonostante la paura, riuscii a dire che ero lì in visita ad un’amica malata. Il tenente volle vedere l’ammalata, la quale fortunatamente era quasi al termine della gravidanza e non aveva una bella cera.

A questo punto il tenente, pur non essendo molto convinto, con voce aspra mi disse: «Salga in bicicletta e si allontani senza voltarsi».

Così feci con calma apparente. Ma nella mia mente c’era un pensiero atroce, ed era che quel tenente mi avrebbe sparato alle spalle per non farmi assistere al momento della mia fucilazione. Così pedalavo, aspettando il colpo. Avevo una grande paura. Mi scivolavano i piedi dai pedali e solo quando passai il ponte di Baio Dora tirai un sospiro, perché sentivo di essere salva e cominciai a risentire il battito del mio cuore non più in gola, ma al suo posto. Ero viva!

(testo curato da Franco Di Giorgi)

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