ATTUALITÀ – Sapevo che questi giorni sarebbero stati una violenza sulla mente e sul cuore.Sara, mamma e operatrice Amref in Etiopia (Rid)

“Addis Abeba…Dove sta la città?” mi chiede la persona in viaggio con me, Ferdinando Giglio – segretario generale Fondazione Prosolidar. Io quasi automaticamente senza pensare rispondo che è questa la città. È sempre lui a farmi notare come solitamente la baraccopoli sia il prolungamento innaturale ma forse logico di una città, mentre Addis è tutta una baraccopoli.

Solo in quel momento mi rendo conto dello schermo che mi sono costruita addosso per non soffocare nel pensiero terribile che certi giorni attanaglia quelli che fanno il mio lavoro e cioè…”ma che ci proviamo a fare? non la cambieremo mai questa situazione”. Ci avviamo in una stradina, qui possiamo camminare a piedi senza timore, un’esperienza nuova in una baraccopoli. Non c’è nulla che rimandi il mio pensiero alle parole pericolo e criminalità.

Arriviamo in una scuola secondaria, 1030 studenti tra i 14 e i 18 anni, qui abbiamo realizzato 7 latrine e 2 docce. Non oso immaginare quale fila possa crearsi nella pausa delle lezioni e chiedo di quante ancora ne hanno bisogno, ma la project manager mi risponde che qui per ora va bene così e che ci sono comunità che hanno bisogni più urgenti. Più urgenti di 1030 ragazzi con 7 latrine? Il mio pensiero batte nella testa. Cerco di reprimerlo, di sorridere, di darmi delle spiegazioni, ma la voce che ho nella mente continua a dirmi che è una battaglia durissima.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here